Alessandro, la tua storia inizia lontano dai forni… o almeno così sembra.
«Esatto! (sorride) Mi sono laureato in Economia alla Sapienza di Roma e ho iniziato a fare il commercialista. Ho fatto il tirocinio, preso l’abilitazione e per un po’ ho portato avanti quella vita da scrivania. Ma dentro di me qualcosa ribolliva.»
Già allora la farina ti chiamava?
«Sempre! Sono figlio di ristoratore, mio padre ha avuto pizzerie per tutta la vita. Ancora oggi gestiamo La Mimosa, la pizzeria di famiglia aperta nell’86 a Corigliano-Rossano. Già da studente passavo i weekend lì, tra impasti e forno. Dopo qualche anno da commercialista, ho capito che la mia vera strada era un’altra. E così ho mollato tutto per l’arte bianca. È stata una folgorazione!»
Dalle arti marziali alle arti bianche è un attimo
Hai detto più volte che la disciplina dello sport ti ha aiutato tantissimo.
«È vero. Da ragazzo ho fatto tanto sport: tennis per anni, poi arti marziali, in particolare kung-fu. Quelle discipline ti insegnano controllo, rispetto, costanza. Ti aiutano a restare centrato, anche quando la giornata è pesante. Dopo una giornata di lavoro, tirare qualche calcio e pugno è la miglior terapia! (ride) E sì, dalle arti marziali alle arti bianche è stato davvero un attimo: serve la stessa concentrazione, la stessa pazienza.»
E oggi ti ritrovi a impastare con quello stesso spirito.
«Esatto. Le arti marziali mi hanno insegnato l’equilibrio, e in pizzeria serve ogni giorno: nel lavoro, nei rapporti, anche negli impasti.»
300 Gradi nasce dal desiderio di fare qualcosa di nuovo
Nel 2019 nasce 300 Gradi. Perché questo nome?
«Perché 300 gradi è la temperatura perfetta per la pizza in teglia. Ma anche perché volevo qualcosa di diverso, non la solita visione “a 360 gradi”. 300 Gradi è una visione personale, alternativa, con il mio tocco.»
Cosa rappresenta per te questa seconda insegna, accanto a La Mimosa?
«È il mio spazio creativo. La Mimosa è la storia, la tradizione, la pizza tonda classica. 300 Gradi invece è il presente e il futuro: un luogo contemporaneo dove sperimento e mi metto in gioco.
Siamo partiti con la pizza in teglia alla romana, poi abbiamo aggiunto la pizza tonda, la pala romana e il padellino. E pensa: il padellino, qui, non lo faceva nessuno. Ancora oggi, se vuoi mangiarlo a Corigliano-Rossano, devi venire da noi!»
Quindi una proposta unica sul territorio.
«Sì, assolutamente. È stata una sfida, ma anche una soddisfazione: proporre qualcosa di nuovo, ma sempre con rispetto per la tradizione.»
Una Calabria che si fa sentire — nel piatto e nel cuore
La Calabria è la tua terra, ma anche la tua materia prima.
«Esatto. Cerco sempre di raccontarla in quello che faccio. Nelle mie pizze c’è tanta Calabria: cipolla di Tropea, ’nduja, verdure locali, prodotti che conosco e amo.
Anche la carta dei vini e delle birre è tutta calabrese. Ho tre etichette di birra artigianale, tutte locali, e una di queste arriva da un birrificio che coltiva il proprio luppolo e orzo qui, in Calabria.
Mi piace dare spazio ai giovani produttori che ci credono davvero. È anche così che una terra cresce.»
In effetti la Calabria sta vivendo una bella rinascita, anche gastronomica.
«È vero. La regione si sta facendo notare, anche a livello nazionale. Ci sono tanti progetti e tanta energia nuova. E se ognuno di noi fa la sua parte, possiamo far conoscere la Calabria per quello che è davvero: generosa, autentica e contemporanea.»
Non servono 360 gradi per guardare lontano
Cosa rappresenta per te oggi 300 Gradi?
«È la mia sfida quotidiana. Ogni giorno cerco di migliorare, di inventare qualcosa di nuovo. È un modo per crescere come persona e come professionista.
Dalle arti marziali all’arte bianca, il filo conduttore è sempre lo stesso: passione, disciplina e voglia di fare bene.»
Che temperatura serve per far lievitare un sogno?
«Direi 300 gradi. Non uno di più.» (sorride)
“Non servono 360 gradi per vedere lontano. A volte, 300 bastano per accendere un’idea.”