Daniele ricorda l’infanzia in pizzeria.
«Un giorno chiesi a papà se l’impasto fosse maschio o femmina. Mi disse che non aveva sesso. Io allora lo chiamai Andrea, come un mio compagno di scuola. Da quel momento anche il mio lievito madre si chiama così. È un ricordo che mi lega molto a questo lavoro».
Dopo aver frequentato un istituto tecnico a indirizzo ambientale, oggi applica le conoscenze scientifiche al banco.
«Mi sono sempre sentito vicino alla scienza. Penso che, se capisci cosa succede dentro un impasto, sai gestirlo dall’inizio alla fine. Ogni giorno l’impasto cambia, senza una camera a temperatura costante: va osservato e gestito con attenzione».
Un episodio gli è rimasto impresso: «Un ragazzo entrò in pizzeria visibilmente triste. Ordinò un panino. Io glielo preparai e quando lo prese mi regalò un sorriso. Non importava la lingua: ci eravamo capiti lo stesso. È la dimostrazione che il cibo è un linguaggio universale».
Sulla sua idea di ristorazione, Daniele è chiaro: «Vorrei che la sostenibilità non riguardasse solo il cibo ma anche le persone. Chi lavora con me deve imparare qualcosa e portarselo a casa. Se i collaboratori hanno entusiasmo, anche il cliente lo percepisce».
Conclude con una nota di realismo: «Ho 21 anni, non pretendo di avere verità assolute. Ma credo che una pizza o un panino possano bastare a far sorridere qualcuno. E alla fine, è questo che conta».