Antonio Di Blasi, Intervista a PizzaUp 2025
Due pizzerie, due identità diverse: è ricerca o dispersione?
«Per me è ricerca, non dispersione.
Ho due progetti: Frida ed Enzima.
Frida richiama la pittrice e nasce da un’idea concettuale: pizze quadrate con bordo ripieno, una vera interpretazione personale.
Ma non impongo un solo stile: c’è chi vuole la croccante romana, chi la morbida napoletana, chi cerca qualcosa di più creativo.
Ognuno deve poter vivere la pizza come preferisce.»
Enzima doveva diventare una catena: perché hai cambiato direzione?
«Perché ho capito che devi scegliere cosa vuoi davvero.
O fai una catena, o fai un progetto personale.
Confrontandomi negli anni — anche grazie a Petra — ho capito che volevo creare qualcosa in cui io fossi presente, riconoscibile.
Una catena vive anche senza di te; un progetto personale vive solo se ci stai dentro.»
Il modello “pizza in teglia da condividere” non ha funzionato: ammetti l’errore?
«Io lo chiamo tentativo, non errore.
Il modello non funzionava nella zona di Palermo dove ero, quindi ho cambiato.
Ho diviso il locale:
– da un lato il “prendi e vai”, perfetto per chi ha fretta,
– dall’altro un ristorantino con pizza tonda napoletana, pizza sottile e padellino.
Oggi funziona molto bene, anche grazie alla posizione vicino allo stadio.
Quando sei in difficoltà, tiri fuori il meglio per superare l’ostacolo.»
Tre stili diversi sotto lo stesso tetto: come si mantiene un’identità?
«All’inizio non era semplice: una proposta penalizzava l’altra.
Ma col tempo ho trovato il punto di equilibrio.
Il nome che mi sono costruito negli anni aiuta: la gente viene perché sa cosa aspettarsi.
L’identità si crea lavorando ogni giorno, non dichiarandola.»
Frida oggi è tra le prime pizzerie d’Italia: ma com’è iniziata davvero?
«Con un salto nel buio.
Vivevo a Bologna, avevo un locale con la mia famiglia.
Sono tornato a Palermo per motivi familiari e ho aperto Frida senza conoscere il mercato.
È stato un anno e mezzo durissimo, ma anche di crescita continua.
Poi sono arrivati i riconoscimenti, e da lì un grande flusso di persone.»
Per far crescere un progetto basta lavorare bene? O serve anche visibilità?
«Servono entrambe.
Il lavoro e la passione — perché un progetto è come un figlio — ma anche comunicazione, visibilità, giornalismo.
E sì, i riconoscimenti sono importanti: arrivano con il tempo e danno credibilità a tutto quello che costruisci.»