Settantina di dipendenti, più locali, catering… stai gestendo un impero o un caos organizzato?
«Gestisco tanto, questo sì: Salamensa, Copelia a Miralago e un’attività di catering.
La sede principale è a Montichiari, in provincia di Brescia, e poi ho locali anche a Padenghe sul Garda.
Mi occupo di forno, pasticceria, gelateria artigianale e catering.
È molto lavoro, ma negli anni abbiamo costruito una struttura solida.»
Il tuo primo PizzaUp è del 2011: cosa ti ha dato davvero?
«Tantissimo.
All’epoca avevo un solo locale e mi stavo avvicinando al mondo degli impasti.
Arrivai e mi ritrovai accanto ai grandi pizzaioli di allora.
È stato un input enorme: mi sono appassionato, ho iniziato a sperimentare la pizza al padellino — che in quel periodo stava esplodendo — e quella scelta ha cambiato uno dei miei locali.
Da lì ho sviluppato il laboratorio di pasticceria e forneria.»
Hai locali diversi, prodotti diversi, format diversi: non rischi di perdere identità?
«No, perché ogni scelta è ragionata.
Due locali fanno pizza al piatto classica e padellino, con ristorazione.
Un altro locale, sul lago con 300 posti, fa pizza alla pala, hamburger e club sandwich.
E tutto ciò che proponiamo viene autoprodotto nella sede centrale di Montichiari.
La diversificazione funziona se è fatta bene.»
Hai inserito la pizza anche in un ristorante di livello: non avevi paura di “abbassare lo standard”?
«Era il contrario: volevo valorizzarla.
La mia clientela è medio-alta, e quando ho proposto la pizza nel ristorante storico c’erano dubbi: “Con la nostra clientela metti la pizza?”.
Io l’ho inserita senza abbassare il livello, anzi, trattandola come un prodotto curato.
Oggi la nostra pizza ha un prezzo in linea con il lavoro che c’è dietro e ha portato un aumento del fatturato del 30%.
La verità è che il cliente riconosce il valore quando il prodotto è fatto bene.»
Parli spesso di “valore della pizza”: ma il pubblico è davvero pronto a pagarlo?
«Sì, quando capisce il lavoro che c’è dietro.
Io lo dico sempre ai giovani pizzaioli: una pizza va rispettata come un piatto di cucina.
Richiede un impasto fresco da seguire, una lievitazione complessa, una stesura al momento, una cottura precisa e ingredienti scelti con cura.
È un lavoro che spesso viene sottovalutato, ma è tutt’altro che semplice.
Non parlo di costi alti: parlo di riconoscere il valore di ciò che arriva al tavolo.»
Hai creato “Mangia e Impara”: perché un imprenditore dovrebbe mettersi a spiegare pizza ai clienti?
«Perché serve.
Da dieci anni organizzo questo evento: due giovedì al mese, una cena con interventi tra una portata e l’altra.
Due o tre volte l’anno parlo di pizza: faccio assaggiare impasti diversi, spiego le lavorazioni, la cura necessaria.
Questo mi ha identificato come locale che valorizza impasti e qualità.»
A PizzaUp, cosa ti ha colpito davvero?
«Il primo intervento di Massimo Donà.
Gli aneddoti su Alice nel Paese delle Meraviglie mi hanno toccato.
Sono sempre stato attratto da filosofia e creatività: negli anni ho sperimentato tanto, dai Dinner Show ad assumere dodici artisti internazionali.
A volte torno con i piedi per terra se una cosa non funziona economicamente, ma cerco sempre stimoli.
Ieri ho capito che uno dei miei locali sul lago può dare di più: funziona, sì, ma può evolvere.
E quell’intervento mi ha acceso una miccia: ho preso appunti e ho già un’idea azzardata da sviluppare.»