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Caterina Ceraudo - Ristorante Dattilo - Strongoli, KR - Bred Religion 2026

CATERINA CERAUDO: L'AUTENTICITA' HA RADICI PROFONDE
Prima ancora della cucina, c'è un'azienda agricola. È da lì che prende forma il percorso di Caterina Ceraudo, cresciuta tra vigneti, oliveti e agrumeti e arrivata alla ristorazione dopo gli studi in Viticoltura ed Enologia. Alla decima edizione di Bread Religion, Paolo Vizzari, narratore gastronomico, ha approfondito con lei il rapporto tra terra, ospitalità e identità, raccontando anche il valore della rete costruita da una nuova generazione di cuochi calabresi.
Roma, 19 maggio 2026

Paolo Vizzari: Sei nata nei campi e nel mondo agricolo, molto prima di diventare una cuoca. In un certo senso hai costruito il futuro partendo da qualcosa che esisteva già. Com'è stato trasformare quell'eredità nella tua strada?

Caterina Ceraudo: Quando mi presento parto sempre da lì: racconto chi siamo, dove siamo e cosa facciamo.

La nostra è un'azienda agricola nata nel 1987. È stata la prima azienda biologica della Calabria, in un periodo in cui nessuno parlava ancora di biologico. Mio padre arrivò a questa scelta dopo un episodio molto grave: durante un trattamento nei campi rimase vittima di un'intossicazione che lo costrinse al ricovero in terapia intensiva. Da quel momento decise che la chimica non sarebbe mai più entrata nella nostra azienda.

Oggi Dattilo è un'azienda di settanta ettari tra vigneti, oliveti e agrumeti. È un microcosmo in cui la biodiversità non è una parola: la vivi, la respiri e la vedi ogni giorno. Ed è qualcosa che ritrovi naturalmente nei nostri prodotti.

Produciamo vino da varietà autoctone, così come il nostro olio nasce da cultivar del territorio. Io, invece, sono arrivata al ristorante in un secondo momento, dopo la laurea in Viticoltura ed Enologia. All'inizio non ero del tutto convinta che quella fosse la mia strada, anche se sentivo che la ristorazione mi apparteneva.

Quando sono entrata in cucina ho capito che dovevamo cambiare prospettiva. Dattilo aveva già un ristorante importante, con una stella Michelin, ma io ho voluto spogliarlo di un'immagine che non ci rappresentava più per rivestirlo con ciò che siamo davvero e con quello che facciamo ogni giorno.

Per questo Dattilo non è soltanto un ristorante. Invito sempre le persone a conoscere il nostro mondo, perché è l'autenticità che lascia il ricordo più forte.

Paolo Vizzari: Io consiglio sempre un giro sul trattore con tuo padre tra gli ulivi. È il modo migliore per entrare davvero nel vostro mondo.

Caterina Ceraudo: È proprio così. Il contatto con la natura permette di vedere come qualcosa che sembra privo di vita si trasformi poi in ciò che arriva nel piatto. È questo il racconto che vogliamo fare.

È un progetto che coinvolge tutta la mia famiglia. Mia sorella Susy segue la parte amministrativa, mio fratello Giuseppe lavora con mio padre nella produzione agricola, io sono in cucina e da qualche anno anche mio marito è entrato a far parte della brigata.

Siamo una famiglia che accoglie le persone nella propria casa. Quando si apre il cancello di Dattilo non si entra semplicemente in un ristorante, ma nel nostro universo. Quello che desidero è lasciare un ricordo autentico in chi viene a trovarci, ed è forse per questo che tante persone continuano a tornare.

Paolo Vizzari: Negli ultimi anni la Calabria sta emergendo grazie anche al lavoro di una generazione di professionisti che ha scelto di fare squadra. Com'è nata questa rete?

Caterina Ceraudo: Oggi si parla finalmente della Calabria anche per le cose belle. Qualche anno fa non era così. Quando studiavo Enologia, sui libri leggevo che al Sud non si poteva fare vino. Mi faceva soffrire vedere un territorio raccontato sempre attraverso i suoi limiti e mai attraverso le sue potenzialità.

Antonio (Biafora)ha detto una cosa importante: mentre altrove arrivava l'industrializzazione, la Calabria è rimasta indietro. Oggi proprio quel ritardo ci restituisce qualcosa di prezioso. Abbiamo conservato una biodiversità straordinaria, tradizioni vive e valori che altrove, in parte, si sono persi.

Per me Antonio non è un collega da battere. È un amico, così come lo sono Luca, Nino e tutti gli altri professionisti con cui ci confrontiamo ogni giorno. Nei momenti difficili ci sosteniamo a vicenda.

Quella che abbiamo costruito è prima di tutto una rete di amicizia e poi una rete di territori. Ognuno racconta una Calabria diversa, ma tutti condividiamo lo stesso modo di lavorare.

Noi non ci inventiamo niente. Raccontiamo semplicemente ciò che viviamo ogni giorno nelle nostre cucine.

Non riuscirei mai a cucinare qualcosa che non mi appartiene solo perché è di moda. In tanti ristoranti stellati trovi il piccione. Io non lo propongo, perché non fa parte della mia memoria gustativa. Perché dovrei mettere nel piatto qualcosa che non mi rappresenta?

Credo che questa sia la forza della nostra generazione. Abbiamo costruito una rete autentica, che le generazioni precedenti non erano riuscite a creare, forse perché ognuno guardava soprattutto al proprio orto.

Oggi, invece, questo movimento porta sempre più persone a scoprire una Calabria ancora autentica, ricca di identità e di storie da raccontare.

La speranza è che tutto questo continui a crescere. Mi piace pensare che chi passa dalla nostra azienda porti con sé questo modo di lavorare e di guardare al territorio. In fondo abbiamo seminato un'idea diversa: la consapevolezza che anche in Calabria si può fare.

09/07/2026 | autore/autrice:: redazione

(ndr) Testo rielaborato da trascrizione originale. Fonte:

videointervista nella pagina

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