Intervista a Giuseppe Longo
Davvero pensavi che un pub irlandese potesse funzionare nel cuore della Calabria?
“All’inizio non ci pensavo nemmeno. Il locale era nato così, negli anni in cui gli irish pub spuntavano ovunque. Io l’ho rilevato quindici anni fa e ho iniziato a cambiare tutto. Non per moda: perché sentivo che quel vestito non era il mio. Ogni anno aggiungevo un pezzo, sistemavo, toglievo. Finché il pub è diventato davvero mio, non una copia di qualcosa nato altrove”.
Hai rivoluzionato il locale… ma tu chi eri prima? E chi sei adesso?
"Ero uno che si buttava giù per una critica. Bastava poco.
Poi la vita, la famiglia e i clienti mi hanno rimesso in riga. Oggi vogliono qualità, ma anche sicurezza, casa, calore. E questo ti costringe a crescere, a guardarti allo specchio. Ho imparato a non cercare colpevoli. La critica può farti male, ma può farti anche più lucido. Ora cerco soluzioni, non pretesti”.
Ma sei nato al bancone, non al forno. Com’è che sei diventato ‘uomo di pizza’
“Sono nato cameriere e mi sono innamorato del bar. Il mondo dei cocktail era la mia passione. Ho rilevato il pub per quello. Poi ho capito che quel mondo non mi raccontava più.
Così ho fatto la cosa più semplice e più difficile insieme: l’ho ribaltato. Ho rivisto la pizza, il menù, tutto il concept. Ho cambiato rotta senza voltarmi indietro. È così che ho trovato la mia vera identità”.
E da questa identità è spuntato un pirata… non è un salto un po’ teatrale?
“Forse sì, ma è sincero. Il pirata è diventato la nostra faccia: le tovagliette da colorare, il passaporto del pirata, i teschi sparsi, il bancone che sembra la poppa di una nave.
I bambini lo adorano: entrano, si guardano intorno e capiscono subito che lì dentro succede qualcosa. Il locale oggi non è solo un posto dove mangi: è un’esperienza. È come salire a bordo”.
Parli tanto di territorio… ma allora perché la Calabria non spicca mai il volo?
“È il dolore più grande. Abbiamo prodotti che non ha nessuno: buoni, puliti, veri. Io li metto in carta quando posso, perché sono parte della nostra storia.
E poi ci sono progetti come quello di Petra sul grano evolutivo, che parlano la stessa lingua del nostro territorio.
Eppure la Calabria resta indietro. Produciamo poco, non riusciamo a coprire la domanda. Abbiamo un potenziale enorme, ma resta spesso chiuso nei cassetti”.
Sul bergamotto sembri rassegnato. È davvero così impossibile averlo?
“Sì, è quasi una lotteria. Il bergamotto è un tesoro, ma non lo trovi. La produzione viene venduta ancora prima di arrivare nei mercati: industrie, aziende, profumerie francesi… se lo prendono tutto.
Io vado dal fruttivendolo e chiedo: “Hai una cassetta di bergamotti?”. Quasi sempre la risposta è no. E quando arriva, ce n’è pochissimo e costa sempre di più.
È paradossale: abbiamo un prodotto unico al mondo e noi, che viviamo qui, facciamo fatica persino ad assaggiarlo”.