Hai aperto la tua pizzeria dopo anni da dipendente: eri davvero pronto o ti sei buttato?
«Mi sono buttato, ma con un’idea chiara.
Quando ero dipendente mi comportavo già come un collaboratore fondamentale: pensavo a far crescere l’azienda e, allo stesso tempo, a far crescere il mio nome.
Sapevo che un giorno avrei aperto la mia pizzeria e, in quegli anni, ho fidelizzato i clienti. Infatti, quando ho aperto, molti sono venuti con me.»
Fare il titolare è davvero così diverso dal fare il dipendente? O è solo una questione di ruolo?
«È un’altra vita.
Da dipendente fai le tue ore, anche se magari ci pensi anche fuori dal lavoro.
Da titolare è h24: anche la notte, mentre dormo, penso ai problemi da risolvere e alle cose da migliorare.
Sono pizzaiolo, titolare e lavoratore allo stesso tempo. È tutto moltiplicato.»
Oggi conta di più fare una buona pizza o costruirsi un personaggio?
«Contano entrambe.
Il cliente si fidelizza anche alla persona.
In tutta Italia ci sono pizzaioli che hanno lavorato molto sulla propria immagine e hanno file fuori dalla pizzeria pur senza un prodotto eccellente; e altri che hanno un prodotto eccezionale ma non sono conosciuti.
Quindi oggi servono tutte e due le cose.»
Dici che “il tuo lavoro è la tua vita”: non è un po’ esagerato?
«No.
Non lo faccio solo per guadagno: c'è una soddisfazione personale che ripaga tutto.
Anche ora che sono qui a PizzaUp, lontano da mia figlia per tre giorni, tolgo tempo alla famiglia perché voglio migliorare la mia pizzeria e la mia professione.
La formazione è fondamentale.
E sì, anche stare su un palcoscenico dà soddisfazione: è importante anche quello.»
L’intelligenza artificiale ti spaventa o ti attira? Sembra che tu non abbia deciso da che parte stare.
«Mi spaventa e mi affascina.
Ho iniziato con i social dieci anni fa, quando nessuno li usava a Catania, e chi pubblicava veniva preso in giro.
Quindi sono abituato a guardare avanti.
Mi spaventa il divario: i ragazzi di 15, 18, 20 anni sono già molto più avanti, e forse questo è “troppo”.
Mi affascina tutto ciò che è nuovo e sconosciuto: sono curioso, mi piace capire e scoprire.»
Parli spesso di identità: come si costruisce senza finire dietro le mode?
«Con equilibrio.
In questi anni ho lavorato su me stesso e sul mio prodotto per renderlo originale ma al passo con i tempi.
Chi rincorre solo le mode perde identità.
Io ho cercato di unire le due cose: innovare senza snaturarmi.»
Cos’è il tuo “Margherita Signature” e perché ci tieni così tanto?
«È il mio percorso di degustazione più importante.
Racconto la Margherita in sei versioni diverse: sei tranci, ognuno con una lettura diversa di pomodoro, latticino e basilico.
A volte cambio anche impasto o cottura.
Si parte dal passato e si ritorna al futuro, mescolando percorsi e idee.
Ogni trancio ha un olio dedicato.
L’ho chiamata “L’Evoluzione della Margherita secondo Lele”.
È una delle cose a cui tengo di più.»