Marianna, ma con una pizzeria d’asporto di 35 metri quadri… pensate davvero di poter mostrare chi siete?
«È difficilissimo. Lavoriamo in 35 metri quadri e gli spazi sono contati. Il nostro sogno sarebbe riuscire a esprimerci meglio, perché con l’asporto non riusciamo a far capire davvero chi siamo. Ci sentiamo limitati.»
Però dite che quella pizzeria nata “per mantenervi gli studi” oggi è casa vostra. Com’è possibile che un secondo lavoro sia diventato la vostra identità?
«Sì, era nata solo per mantenerci agli studi. Poi ci siamo laureati, sono arrivati i bambini… non era mai stata l’obiettivo.
Ma col tempo ci siamo accorti che lì stiamo bene. La sera entriamo e ci sentiamo a casa. Non è capito da tutti, ma è così.
Negli ultimi due anni abbiamo recuperato tutta la formazione che non avevamo mai fatto: ci siamo messi a studiare sul serio.»
Vivere e lavorare in un paese così piccolo non è un limite? Non rischiate di restare sempre soli professionalmente?
«Sì, è proprio così. Le nostre giornate sono casa–lavoro, lavoro–casa. Siamo in un paese piccolo e non riusciamo a confrontarci con nessuno.
Tra pizzaioli, nelle pizzerie di paese, non c’è confronto. Non si parla del processo, non si dà valore al lavoro che c’è dietro.»
E quindi PizzaUp cosa vi dà che non trovate altrove? Perché per voi è così importante?
«Da PizzaUp portiamo a casa il confronto, che normalmente non abbiamo.
Qui possiamo pensare, vedere tutto da un altro punto di vista, conoscere persone nuove dello stesso settore.
Per noi è fondamentale, perché a casa questo non esiste. È l’unico momento in cui riusciamo davvero a parlare, a capire, a crescere. Ci mancava e ci mancava tanto.»
Dici che il processo della pizza non è rispettato abbastanza: stai esagerando o è davvero così grave?
«Per me è davvero così. Non viene dato il giusto valore al lavoro che c’è dietro la pizza che le persone portano a casa.
Io lo vedo come un obiettivo: far rispettare di più quel processo. Secondo me non è considerato abbastanza.»
E i tuoi bambini che vogliono aiutarti a fare le pizze… non stai caricando troppo su una tradizione familiare?
«No, anzi. Mi fa piacere che siano interessati. Mi chiedono: “Mamma, posso venire a preparare la pizza?”.
Sapere che posso trasmettere loro ciò che sto imparando mi dà forza.
Oggi tanti valori non vengono più trasmessi ai bambini. Io non ho ricordi di una nonna che mi insegnava, e proprio perché non l’ho vissuto vorrei farlo io con i miei figli.»
L’AI ti spaventa o ti aiuta?
«Un po’ spaventa, sì. Soprattutto perché non sappiamo come evolverà.
Io la uso per ottimizzare i tempi: per scrivere un testo, un post.
Ma non la uso per creare gusti di pizza o idee creative: non voglio perdere l’idea mia, unica.»