Un nome, una scelta di coppia
Massimiliano, la tua pasticceria si chiama Fontana e Fontana. Com’è nato questo nome così particolare?
«Il nome è nato insieme al progetto, quando io e mia moglie Orsola abbiamo deciso di aprire la nostra pasticceria. All’epoca non eravamo ancora sposati, ma volevamo unire i nostri nomi, segnare una scelta fatta insieme. Fontana e Fontana ci sembrava perfetto. E lo è ancora oggi, perché senza di me la pasticceria non funzionerebbe… ma senza di lei, neanche per sogno.»
Dai banchi dell’università al bancone della bottega
Tu e Orsola vi siete conosciuti all’università. È lì che tutto ha avuto inizio?
«Sì, ci siamo conosciuti all’Università Statale di Milano. Studiavamo filosofia: io mi sono laureato in filosofia del linguaggio, lei in filosofia della scienza. Ci siamo laureati tardi, seguendo percorsi diversi. Orsola aveva lavorato a lungo in televisione, poi ha deciso che doveva concludere gli studi. Io invece aiutavo i miei nel panificio di famiglia.»
Quindi vieni da una tradizione familiare legata al pane?
«Esatto. Mio padre ha sempre avuto un panificio. Prima lavorava per altri, in un panificio semi-industriale, poi — grazie anche alla spinta di mia madre — ha acquistato un piccolo panificio a Rozzano, che esiste ancora oggi, anche se ora è stato venduto. Io ci ho sempre dato una mano, soprattutto al banco. Il venerdì sera andavo a lavorare.»
La nascita di un laboratorio familiare
E poi arriva la decisione di aprire una pasticceria tutta vostra. Come è andata?
«È stata una scelta di vita. Volevamo costruire una famiglia, avere un’entrata economica stabile. All’inizio ho lavorato ancora con i miei genitori, ma con un piccolo stipendio. Poi abbiamo iniziato a vivere da soli, con una figlia, e abbiamo rilevato una pasticceria esistente in via Vincenzo Foppa. È lì che è nata Fontana e Fontana.»
Il quartiere Foppa–Solari vi conosce bene. Che rapporto avete con la comunità?
«Un bellissimo rapporto. I nostri figli andavano a scuola lì e si è creato un legame con le persone del quartiere. La pasticceria è diventata un punto di riferimento. Anche l’insegna ha un valore per noi: è stata disegnata da un amico grafico, che ha recuperato dei caratteri anni ’30. Stilisticamente, è uno degli elementi che sento più miei.»
Un’identità ben definita
Come descriveresti l’identità della tua pasticceria?
«Classica, ma con una personalità ben definita. Non abbiamo il servizio caffè, ci concentriamo sulla pasticceria vera e propria. Torte da forno, molto cioccolato, tanti biscotti. Da un anno e mezzo abbiamo introdotto anche il gelato. Cinque o sei anni fa abbiamo ristrutturato il laboratorio e ora possiamo lavorare bene anche sui lievitati, che rappresentano davvero il nostro tratto distintivo.»
Un dialogo con il padre, attraverso il panettone
A proposito di lievitati, so che per te non sono solo un prodotto. Hanno a che fare con qualcosa di molto personale, vero?
«Sì. Qualche tempo fa stavo guardando La Casa di Carta e c’è una scena in cui il protagonista, un professore, dice che fa il ladro non per essere bravo, ma perché è il suo modo per parlare con il padre, morto durante una rapina. Quella frase mi ha colpito profondamente.
Anch’io, in fondo, credo di passare tanto tempo sui lievitati, sui panettoni, per un motivo simile. Mio padre parlava spesso dei panettoni “che non si mangiano più”, e io, nel farli, sento come se cercassi un dialogo con lui. Non c’è più, ma ogni volta che raggiungo un risultato che mi soddisfa, è come se ci parlassi davvero. Mi emoziona ancora dirlo.»
È un modo per tenere viva la sua memoria, ma anche per dare un senso più profondo al tuo lavoro.
«Esatto. È un modo per continuare qualcosa che, anche se non mi era stato chiesto, sentivo che dovevo raccogliere. Poi la vita va avanti, certe cose si perdono un po’ di vista nel quotidiano. Ma se mi fermo a riflettere, questa è una delle ragioni che mi spingono ad andare avanti ogni giorno.»
La filosofia in laboratorio
E la filosofia, che ruolo ha avuto in tutto questo? Sembra lontanissima dalla pasticceria, e invece…
«In realtà c’entra tantissimo. Una volta è entrato in negozio un mio ex professore. Mi guarda e mi dice: “Vedi che a qualcosa la filosofia serve.”
E aveva ragione. Studiare filosofia ti insegna ad ascoltare, ad aprirti a nuove prospettive. Ti insegna a pensare, ma anche a relazionarti. In una bottega come la nostra, il contatto umano è fondamentale: c’è chi viene per una torta, ma resta a parlare. C’è chi ha bisogno di un sorriso, di raccontare un frammento di sé. Se sai ascoltare, se ti metti in sintonia, ogni giorno diventa diverso. Questo me l’ha insegnato anche la filosofia.»
È anche quello che ha unito te e Orsola, no? Una visione comune.
«Assolutamente. Ci ha messo insieme, ci ha dato un linguaggio, una possibilità di confronto che continua ancora oggi. Parlare, ascoltare, capire: sono cose che fanno bene, anche nella fatica. E la fatica non manca.»
Alla ricerca di nuovi stimoli
Sei venuto a Petra Next in un momento di difficoltà. Cosa cercavi?
«Nuove idee. Siamo in una fase un po’ stanca, faticosa. E Petra Next è un contesto dove si respira movimento, attenzione ai dettagli, alle sfumature. Questo per me è vitale. Ho bisogno di stimoli, di scambi, di visioni nuove. È anche questo che ci aiuta a rimetterci in cammino.»
Un equilibrio quotidiano tra mani e pensiero
La filosofia, il pane, le parole. Tutto torna, in questo laboratorio milanese che profuma di forno e di pensiero.
Massimiliano lo sa bene: a volte, per restare in equilibrio, basta un gesto ripetuto ogni giorno, una pasta che lievita piano, o una frase ascoltata al momento giusto.
E in quel frammento, minuscolo e irripetibile, si apre uno spazio dove la memoria, il mestiere e la vita tornano a parlarsi.