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Giovanni Inglima - Pasticceria Angelo Inglima - Canicattì, AG

PASTICCERIA INGLIMA: UNA STORIA DI MANDORLE, ZUCCHERO E FUTURO
Dietro le vetrine di una pasticceria di Canicattì si nasconde una storia lunga sessant’anni. È quella della famiglia Inglima, che dal 1964 impasta dolcezze siciliane con la stessa cura di allora. Oggi Giovanni, accanto al padre Angelo, continua quel percorso iniziato tra le mandorle e il profumo del forno, unendo radici e sguardo verso il futuro.



Intervista a Giovanni Inglima

Com’è iniziata la storia della Pasticceria Inglima?

«Tutto parte da mio padre, Angelo, che nel 1964 decise di aprire il suo laboratorio a Canicattì. Era giovanissimo, aveva imparato il mestiere da suo zio e, all’inizio, si occupava solo di biscotti. All’epoca non c’erano creme o grandi attrezzature, ma tanto ingegno e passione. Da un semplice biscottificio è nata una pasticceria che oggi compie sessant’anni.»

Tu sei cresciuto lì dentro, tra profumi e impasti…


«Letteralmente! Ero nel passeggino dietro la porta del laboratorio. Io e le mie sorelle siamo nati tra i profumi di burro, cannella e ammoniaca. Non saprei fare altro, è un lavoro che fa parte di noi. È il nostro linguaggio quotidiano.»

Oggi lavori fianco a fianco con tuo padre. Com’è questo rapporto professionale e familiare?


«Un po’ come un dialogo continuo: discutiamo tanto, su tutto, ma remiamo nella stessa direzione. Ci compensiamo. Io porto uno sguardo più moderno, lui l’esperienza e la memoria di ciò che ha costruito. Dico sempre che siamo il braccio destro l’uno dell’altro.»

Qual è la filosofia della Pasticceria Inglima?


«Essere artigiani, nel senso più vero. Continuiamo a fare tutto a mano, partendo dalle materie prime: farina, zucchero, mandorle. Le mandorle, per esempio, le selezioniamo e asciughiamo noi stessi, settimana dopo settimana. È un lavoro paziente, ma dà senso a quello che facciamo.»

La mandorla è protagonista di molti vostri dolci. Ce n’è uno in particolare che racconta meglio la vostra identità?


«Sì, la Pasta Nuova. È un dolce tipico di Canicattì, antichissimo, probabilmente nato nelle cucine delle suore di clausura. Si tratta di una pasta di mandorla raffinata con lo zucchero e farcita con una confettura di zucchine. La prepariamo solo d’estate, da giugno a settembre. È un dolce unico, naturale, senza conservanti o emulsionanti: ha un cuore verde, nel vero senso della parola.»

La frutta Martorana è un altro dei vostri simboli.

«La produciamo tutto l’anno. Rappresenta la Sicilia, ma nel tempo l’abbiamo alleggerita, usando più mandorla e meno zucchero, così da renderla più piacevole al palato. È un dolce che racconta la nostra isola e che ormai accompagna ogni stagione, non solo le festività.»

Avete anche creato un lievitato che porta il vostro nome…


«Sì, il Motta. È nato dal desiderio di avere un dolce da colazione, un lievitato leggero che si potesse gustare tutto l’anno. Lo realizziamo con lievito madre, farina Petra Molino Quaglia e una pasta di mandorla aromatizzata: all’albicocca, al pistacchio, al limone, all’arancia o al caffè. È un dolce semplice ma curato, fatto per essere condiviso in ogni momento della giornata.»

Come immagini il futuro della pasticceria?


«In realtà, il futuro è già iniziato. Sei anni fa abbiamo aperto uno shop online e cominciato a partecipare a fiere e concorsi, portando i nostri dolci in Italia e all’estero. Oggi siamo presenti a Londra, in Francia, in Polonia, in Canada e a New York. È una bella soddisfazione, ma anche una responsabilità. Vogliamo crescere senza perdere la nostra identità artigiana. Tutti i nostri lievitati, per esempio, sono senza conservanti, e le farine Petra ci hanno aiutato a trovare un equilibrio perfetto per i grandi impasti.»

Sessant’anni di dolcezza, e tanta voglia di guardare avanti.


«Sì, perché ogni giorno è una nuova sfida. Fare pasticceria è un modo per raccontare chi siamo: la Sicilia, la famiglia, la vita che profuma di mandorle e zucchero. E se il futuro ha questo sapore, direi che è dolcissimo.»
03/01/2025 | autore/autrice:: redazione

(ndr) Testo rielaborato da trascrizione originale. Fonte:

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