Trentacinque anni nella stessa pizzeria: non ti sei mai stancato?
«No, mai. Ho iniziato a 18 anni e non mi sono più fermato. La pizzeria è casa mia: prima con mio fratello, poi nel locale più grande dove siamo esplosi. È un lavoro che mi dà energia, non me la toglie.»
Dire Taranto è tutto non è un po’ esagerato?
«Per me no. Taranto è identità, passato, presente e futuro. È l’energia che metto nel lavoro. Uso prodotti del territorio, lavoro con Slow Food e preparo ricette come la marinara di cozze o la Margherita d’autunno con i pomodori invernali. Qui ci sono le mie radici e i miei sapori.»
Qualità e presìdi… non rischi di complicarti la vita?
«Forse sì, ma ne vale la pena. Punto tutto sulla qualità e sui prodotti locali. Lavoro con molti presìdi Slow Food, tra cui la cozza. La Margherita d’autunno, per esempio, l’ho creata quando il pomodoro non era ancora un presidio: ci credevo, e alla fine è diventato parte della mia identità.»
Il mestiere è cambiato: davvero vedi un futuro positivo?
«Sì. Ho visto di tutto: la farina comprata al panificio nei sacchi da 50 kg, le pizze avvolte nella carta perché non esistevano i contenitori… ma oggi vedo un futuro buono. Ho tre figli che lavorano con me: non li ho costretti, hanno scelto loro. Mi aiutano a restare attuale, soprattutto nei social. Io spingo loro, loro spingono me.»
450 coperti d’estate: non è diventata una macchina più che una pizzeria?
«È grande, sì: 180 posti dentro, fino a 250 fuori, e d’estate arriviamo a 450 coperti. Ma resta una pizzeria di famiglia. Siamo in tanti, ma lo spirito è lo stesso di quando chiudevamo le pizze nella carta: lavorare bene e far star bene la gente.»
Ma a 53 anni non sarebbe ora di rallentare?
«No. Mi sento giovane dentro e fuori. Ho ancora voglia di fare, di migliorare, di crescere. Se sono qui da 35 anni, è perché amo questo lavoro. E non ho nessuna intenzione di fermarmi.»