Parlaci un po’ di te, della tua attività: cosa fai e qual è la tua idea di lavoro.
«Il progetto Bob Alchimia a Spicchi nasce inizialmente come una piccola bakery: pizza da asporto, panificazione e pizza al taglio, tutto a lievito madre.
Nel tempo si è trasformato. Abbiamo ampliato lo spazio, inserito una sala e strutturato un lavoro più ampio, mantenendo però come base la panificazione. L’idea è semplice: non dare uno stile alla pizza, ma lavorare sul prodotto. Pizza e pane, se fatti bene, sono tutto.
Per questo da noi non ci sono fritti o altri prodotti: si mangia con le mani, c’è un contatto diretto con il cibo. Oggi lavoriamo in uno spazio di 600 metri quadri, con una squadra di venti persone, 150 coperti e circa venti impasti diversi tra monoporzioni, pizza tonda e una proposta dolce.
Tutto nasce da un lavoro sul territorio. La Calabria è una terra poco raccontata ma molto ricca: due mari, catene montuose, una biodiversità ampia. Il nostro lavoro è portare questa ricchezza nel menu.»
Perché hai scelto di entrare in un progetto come Neogranìa?
«Conoscevo già Evolutiva, nata in Sicilia, e mi aveva colpito molto. Era un progetto che seguivo da lontano.
L’idea di portarlo in Calabria è stata naturale, anche perché qui c’è ancora molto da fare sul rapporto tra agricoltura e trasformazione. Quando si è aperta la possibilità, ho capito che era il momento giusto.
Il progetto si è concretizzato coinvolgendo un agricoltore della Sila, con terreni affacciati sul lago Cecita. È una zona che conosco bene e con caratteristiche ideali. Da lì è partito tutto.»
Hai già fatto delle prove con la farina?
«Sì, ho lavorato con Evolutiva siciliana e fatto diversi test. Ne è uscita una pizza tonda molto interessante.
La farina è versatile: richiede qualche accorgimento, ma si presta a lavorazioni diverse, dalla panificazione alla pizza. È una base su cui si può costruire.»
Come pensi di utilizzarla nel tuo lavoro?
«L’obiettivo è arrivare a sostituire la nostra pizza al piatto con una versione realizzata con Neogranìa.
È un passaggio che richiederà tempo, perché vogliamo farlo in modo progressivo. Partiamo con una superficie limitata, circa un ettaro, ma l’idea è ampliare nel tempo.
Se la risposta continua a essere quella che abbiamo visto finora, è un percorso che può crescere.»
Hai già avuto riscontri dai clienti?
«Sì, anche senza aver ancora introdotto il prodotto in modo strutturato. In pizzeria esponiamo i sacchi di farina e abbiamo iniziato a raccontare il progetto.
I clienti si avvicinano, chiedono, sono curiosi. La risposta è positiva. C’è interesse, soprattutto quando si capisce che dietro c’è un lavoro reale, legato al territorio.»
Che ruolo pensi possa avere un progetto come questo?
«Credo sia una direzione importante. È un modo concreto per lavorare sul territorio, per chi ci crede davvero.
Non è solo una questione di prodotto, ma di sistema: agricoltura, trasformazione e racconto. È un passaggio necessario.»