Da colazione a cena: non è troppo ambizioso voler fare “tutto”?
«No, è la mia identità. Il mio locale è un total food: copriamo l’intera giornata. A colazione facciamo cornetti all’italiana, biscotti e soprattutto le tettine delle monache. A pranzo proponiamo cucina casalinga del posto. E la sera chiudiamo con la pizza: non moderna, ma barese, sottile e croccante. È la pizza che mi rappresenta.»
Materie prime, studio, trasformazione… non è facile tenere insieme tutto questo. Perché insistere?
«Perché è la base. Io parto sempre dalla materia prima di qualità. Poi viene lo studio, la conoscenza, la trasformazione. Senza questi passaggi non costruisci niente di solido.»
Lievitati, panettoni, colombe… non è rischioso puntare così tanto su prodotti complessi?
«Per me è naturale. Uno dei miei cavalli di battaglia sono proprio i lievitati. Faccio panettoni, colombe, bauletti… e anche il Molfettone, una ricetta tipica del mio paese che ho trasformato in un grande lievitato con olio d’oliva, cioccolato fondente, fichi e cannella. Mi piace unire tradizione e innovazione nello stesso prodotto.»
Dici di “nascere panificatore”: cosa significa davvero?
«Che questo lavoro è la mia vita. Ho iniziato a dodici anni. Ora ne ho 50: sono 38 anni che lavoro a pieno ritmo. È un mestiere che ti entra nelle mani e nella testa. Non lo togli più.»
Perché tanta insistenza sul territorio? Non rischia di limitarti?
«No, mi dà forza. Tengo molto alla mia zona. Collaboro con i frantoi e uso i loro oli per creare prodotti locali: biscotti, lievitati e altro ancora. Il territorio è una parte fondamentale di quello che faccio.»
PizzaUp: solo un evento o qualcosa che ti serve davvero?
«Mi serve eccome. La prima emozione qui è vedere tanti colleghi riuniti per lo stesso motivo: crescere, aggiornarsi, non restare fermi. L’innovazione è la cosa più importante per un artigiano. Ed è questo che PizzaUp ci dà: la possibilità di andare avanti insieme.»