Catania, terra di fuoco e memoria. È da qui che parte il racconto di
, pizzaiolo e artigiano del gusto, che ha scelto un nome evocativo per la sua insegna: “
”.
«La sciara – racconta Paolo – è il percorso che lascia la lava una volta raffreddata. Un suolo arido, nero, dove cresce solo l’erbaccia. Ma per noi catanesi è molto di più: è parte del paesaggio quotidiano, dell’infanzia, dei giochi di strada. È un ricordo inciso nella terra e nella pelle.»
Il suo progetto nasce da qui, da un legame viscerale con l’Etna, che “sta sempre sopra la nostra testa” – come dice lui – e con una terra che è madre e maestra. Cristina Viggè, che lo intervista durante il BOB Fest in Calabria, gli suggerisce un'immagine potente: come la lava lascia il segno con la sciara, anche tu vuoi lasciare un segno nella tua Sicilia.
Paolo sorride, ci riflette un attimo e risponde: «Mi piace questa visione. Non l’avevo mai vista così, ma la farò mia. La ruberò.»
Quel segno, Paolo lo lascia aderendo fin dall’inizio al progetto Petra Evolutiva, una rete che unisce agricoltori, mugnai, pizzaioli, panificatori e consumatori attorno a un’idea semplice e rivoluzionaria: fare agricoltura e pane in modo partecipato, tracciabile, consapevole. Un’idea che oggi si chiama Neogranìa.
Per lui, Petra non è un mulino. «È molto di più: è un progetto che dà valore a ciò che facciamo con la farina. Chiamarlo solo mulino è riduttivo. È una comunità che mette insieme le mani di chi coltiva, trasforma, impasta, inforna e mangia.»
Il legame con Petra è profondo e concreto: Paolo ha adottato un raccolto in Sicilia, partecipando in prima persona a tutte le tappe della filiera.
Durante la Festa del Grano, in Salento, ha raccolto parole e suggestioni che hanno trovato subito casa nella sua pizzeria:
«Uno dei nuovi slogan sarà: “Della nostra pizza possiamo dirvi tutto, a partire dal seme.” Me l’ha detto un panettiere, riferendosi al pane. Ma io la farò mia, perché per me è la verità.
Nella mia pizzeria, posso raccontare tutto della mia pizza, a partire dal seme. Ho visto crescere il grano con cui è stata fatta la mia farina. Questo ha un valore etico altissimo, che non si può quantificare.»
Cristina parla di super tracciabilità, un concetto emerso proprio nel dialogo con gli agricoltori pugliesi. Paolo aggiunge un dettaglio che fa la differenza:
«Conosco il nome della persona che ha coltivato il mio grano. Si chiama Giuseppe Li Rosi. Ci scriviamo, mi manda le foto del campo. Questo rapporto diretto è ciò che rende tutto autentico.»
E poi ci sono le mani. Simbolo potente, semplice, essenziale. Le mani che coltivano, macinano, impastano, infornano. E, infine, quelle che portano il cibo alla bocca.
«Sul sacco di Petra Evolutiva ci sono due mani. Non ci avevo mai riflettuto davvero, ma ora lo capisco: le mani sono il cuore del progetto. È tutto lì.»
La sostenibilità, per Paolo, è una forma di sensibilità. È raccontare cosa c’è dietro ciò che si mangia. È rompere l’automatismo del supermercato, delle etichette patinate, per tornare a scegliere con consapevolezza.
«Ogni pizza che preparo ha dietro una storia. Non è un prodotto da scaffale. È un racconto fatto di persone, di relazioni, di terra. Ed è questo che voglio trasmettere a chi viene a mangiare da me.»
Un segno lasciato nella terra, nella memoria e nel piatto. Questo è Sciara.