Intervista a Samuele Marrone
Samuele, siete arrivati e vi siete trovati in un “circo” di luci ed energia. Non è un po’ troppo?
"No, anzi.
Siamo arrivati stamattina e ci siamo trovati in un ambiente pieno di suoni, movimento, stimoli. È quello che ci aspettavamo: dinamismo, tecnica, empatia.
Al tavolo ci siamo subito immersi nella discussione: un’ora e mezza di confronto vero, con ragazzi capaci, brillanti, che vengono da tutta Italia.
Lo scambio tra colleghi è fondamentale: noi pizzaioli siamo cocciuti, ascoltiamo tutti… ma facciamo fatica a “ingoiare” davvero ciò che prendiamo. Qui invece sto imparando e mi sto divertendo tanto".
Parli tanto del tuo territorio. Ma, in pratica, cosa cambia nel vostro modo di fare pizza?
"Cambia tutto.
Viviamo in una zona agricola fortissima: vino, olio, carciofi. Anche se siamo sul mare, il nostro è un territorio agricolo.
E questo si riflette sul menù: lo cambiamo più volte l’anno per rispettare la stagionalità.
Niente lattine, niente prodotti fuori periodo.
Per me è impensabile proporre carciofi in agosto o melanzane a gennaio. Le serre servono la grande distribuzione; noi pizzerie dobbiamo lavorare con ciò che arriva dalla terra, fresco davvero. È identità, è rispetto".
La formazione nel mondo pizza è davvero così indietro?
"Sì, lo è.
Nel settore si parla troppo poco di formazione strutturata.
Non basta il passaggio maestro–allievo.
Nelle scuole superiori quasi non esiste una cultura del grano, delle farine, degli impasti.
E ne parlavamo proprio al tavolo: l’intelligenza artificiale può aiutare ad attirare i giovani, soprattutto i preadolescenti, ma la base è farli leggere, studiare, capire cosa c’è dietro questo lavoro.
Se nelle scuole non si spiega bene cosa significa davvero fare pane o pizza, la tradizione perde forza".
“La pizza è democratica”: non è una frase fatta?
"No, è la verità.
La pizza arriva a tutti.
Non guarda il ceto sociale, non guarda la cultura, non guarda il portafoglio.
È l’unico alimento che riesce a unire tutto e tutti.
Una margherita ti riporta all’infanzia, un’altra pizza diventa un veicolo per raccontare un territorio.
Io trasmetto la mia cultura con un impasto, e chi la mangia la interpreta con il proprio vissuto. Questa è vera democrazia gastronomica".
Alla fine, cosa dovrebbe fare il mondo pizza secondo te? Più ricerca? Più comunicazione?
"Più pizza.
Sembra banale, ma è così.
Dobbiamo farne di più, proporla di più, farla conoscere di più.
Non solo per un fatto economico: più pizza significa più cultura, più scambio, più identità condivisa.
Ed è questo che, secondo me, serve davvero".