in una farina unica, tracciabile, che finirà direttamente sul banco della sua pizzeria
Il nome del suo locale, Giotto, parla da sé: un cerchio perfetto, come la pizza, ma anche un simbolo di arte e di rigore.
«Per me è un modo per chiudere un cerchio: dal campo al cliente, passando per il grano, la macinazione, la creatività», spiega. Lavora con precisione, ricerca e ascolto, guidato da un legame profondo con la terra che lo spinge a innovare continuamente.
Il progetto salentino si affianca a un altro percorso che Marco sta portando avanti insieme ad altri professionisti: la scrittura del disciplinare della pizza pugliese.
«L’idea è che tutto sia pugliese: farina, acqua, olio, ingredienti. Non per chiuderci, ma per raccontare con chiarezza da dove veniamo».
Una pizza che affonda le radici nel territorio, parlando con il linguaggio semplice della materia prima. E che oggi trova nei clienti interlocutori sempre più attenti:
«Chi entra da noi vuole capire cosa sta mangiando. E io racconto: com’è nata quella pizza, da quale campo arriva la farina, perché ho scelto certi ingredienti. Le storie piacciono, soprattutto se sono vere».
Quella di Marco è una storia concreta, che parte da un campo coltivato in Salento e finisce nel forno di una pizzeria urbana. Con un’idea precisa in mente: fare della pizza un atto agricolo, oltre che gastronomico.
Un prodotto che completa un percorso e ne apre altri, dentro una filiera viva, fatta di persone che si parlano.