Il pane come atto di cambiamento culturale

PETRA srl - via Roma 49 - 35040 Vighizzolo d'Este (PD) Italia IT03968430284

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La biodiversità del pane che stimola la biodiversità dei cereali.
Panel 1 : Chiara Quaglia, Piero Gabrieli, Giuseppe Li Rosi

Quello che segue raccoglie le considerazioni principali emerse nel dibattito. Non è una trascrizione degli interventi, ma una sintesi ragionata dei temi che hanno attraversato il confronto: terra, materia prima, tecnica, biodiversità, responsabilità e futuro del cibo.


1. Il pane come organismo vivo

Bread Religion apre il primo panel spostando lo sguardo dal pane al campo. Dal prodotto alla vita che lo genera. Dal gesto finale del fornaio alla lunga catena di scelte, relazioni e ascolto che comincia nella terra.

Il pane, in questa visione, è un organismo vivo. Porta dentro di sé il lavoro dell’agricoltore, la sensibilità del mugnaio, la tecnica del panificatore, l’intelligenza del cuoco, il respiro del clima e la memoria del suolo. È un alimento corale, fatto di molte voci.

Dentro ogni pane convivono quattro dimensioni fondamentali:

Nutrimento Il pane torna a essere cibo essenziale: energia, salute, gusto, materia viva.
Tecnica L’artigiano lavora farine che cambiano, assorbono, reagiscono, chiedono attenzione. La tecnica diventa capacità di ascolto.
Tradizione Le radici agricole e culturali del pane diventano strumenti per costruire futuro. La memoria serve quando genera nuove possibilità.
Territorio Il pane diventa una lettura concreta del campo: biodiversità, fertilità, altitudine, pioggia, vento, stagione, microclima.

Guardare il pane come organismo significa seguire il suo cammino a ritroso: dalla tavola al forno, dal forno al molino, dal molino al campo. È lì che la qualità prende forma.

2. Dal pane standard al pane biodiverso

Per molti anni il mercato ha premiato farine e pani facili, regolari, prevedibili. Il risultato è stato un gusto addomesticato, costruito per funzionare sempre allo stesso modo.

La nuova panificazione artigianale sceglie un’altra strada: accoglie le differenze, lavora con la variabilità, trasforma la complessità in valore. Il pane biodiverso racconta l’annata, il campo, la mano dell’artigiano.

Criterio Pane standard Pane biodiverso
Obiettivo Regolarità, facilità di lavorazione, risultato sempre uguale. Espressione del suolo, della stagione e della mano dell’artigiano.
Profumo Semplice, prevedibile, costante. Complesso, mutevole, legato alla terra, alle erbe spontanee, alla pioggia, al raccolto.
Regolarità Ogni lotto replica il precedente. Ogni raccolto porta una propria identità.
Legame con l’annata La stagione resta sullo sfondo. Il clima entra nel sapore e scrive una parte della storia.
Valore Funzionalità produttiva. Identità agricola, nutrizione, biodiversità, relazione.

Il punto di partenza è il seme. Da lì nasce il cambiamento più profondo: il grano evolutivo.

3. Il grano evolutivo: il campo che impara

Il grano evolutivo porta nel campo una popolazione di migliaia di semi diversi. Ogni pianta partecipa alla vita della popolazione. Alcune resistono meglio al caldo, altre alla siccità, altre ancora trovano equilibrio in un terreno specifico. Anno dopo anno, il campo seleziona, adatta, rafforza.

È una forma agricola viva, mobile, intelligente. Una biodiversità coltivata che cresce insieme al territorio.

L’incontro tra Chiara Quaglia e Piero Gabrieli con Giuseppe Li Rosi, nel 2017, ha dato avvio a un percorso di filiera nuovo e concreto. Quella che sembrava una frontiera difficile, anche sul piano normativo, è diventata raccolto, farina, pane, pizza, dolci e comunità. Nel 2018 arriva il primo raccolto ufficiale e da quel momento il grano evolutivo entra nel lavoro quotidiano del molino che diventa crocevia del lavoro congiunto di agricoltori e panificatori in contatto dalla semina al raccolto.

I valori principali della popolazione di grano evolutivo (per Neogrania la MEB Furat Li Rosi) sono tre.

Resilienza del campo La diversità genetica rende la coltura più capace di rispondere al clima. In un’annata difficile, la popolazione trova comunque una propria via di equilibrio.
Ricchezza aromatica Molte varietà nello stesso campo generano una farina stratificata, profonda, viva. Il pane cambia con il raccolto e porta al palato aromi nuovi ogni anno.
Qualità nutrizionale La popolazione evolutiva restituisce al pane una materia più completa, con un equilibrio naturale tra proteine, fibre, sali minerali e parti nobili del chicco.

Il raccolto diventa così un patrimonio agricolo da custodire. Per rispettarlo serve una molitura personalizzata sul singolo raccolto e capace di leggere la sua complessità.

4. "Macinare la campagna"

Neogrania nasce dall’idea che nella farina deve entrare la campagna di origine del suo grano.

Non solo amido. Non solo proteine. Nella farina devono arrivare il campo, l’altitudine, l’umidità dell’annata, note e sentori delle erbe spontanee che convivono con le spighe, la forza del terreno, il lavoro dell’agricoltore.

Il mugnaio assume un ruolo nuovo. Diventa interprete della materia agricola. Ogni raccolto viene macinato singolarmente, anche quando le quantità sono piccole. La tracciabilità parte dal campo e arriva al sacco di farina senza perdere identità.

Per questo la famiglia Quaglia ha costruito un piccolo molino dedicato al progetto: uno strumento capace di lavorare micro-partite da 20 o 30 quintali, con tecnologia al servizio della materia prima. La macchina accompagna il raccolto, la sensibilità umana lo interpreta.

“Dobbiamo tornare a una maggiore umanità”, dice Chiara Quaglia. “Chi macina deve regolare le macine con esperienza, olfatto, tatto, sensibilità, superando i freddi algoritmi. Il mulino deve essere uno strumento che asseconda la materia prima per far emergere la sua identità, e non che la comprime in limiti stretti di tolleranza per renderla uguale a tutte le altre.”

Questa farina porta con sé una responsabilità nuova. È una farina agricola, territoriale, emozionale. Chiede un patto diverso tra chi coltiva, chi macina e chi trasforma. Il prezzo non è più strumento di contrattazione al ribasso, ma diventa trasferimento di valore. La filiera diventa relazione che condivide valore.

5. “Adottare” un raccolto

Neogrania porta il panificatore dentro il campo. L’artigiano segue il raccolto dalla semina, conosce l’agricoltore, comprende l’andamento dell’annata, attende la farina come si attende un frutto della terra.

L’adozione del campo cambia il senso dell’acquisto. Il panificatore partecipa a un progetto agricolo e diventa parte attiva della biodiversità.

Relazione diretta Il panificatore incontra il contadino, segue la semina, osserva il campo, capisce come il clima costruisce il futuro sapore del pane.
Rete nazionale Il progetto cresce in 11 regioni italiane. Ogni territorio aggiunge una voce alla popolazione evolutiva e contribuisce a una biodiversità condivisa.
Responsabilità economica L’adozione garantisce dignità al lavoro agricolo. L’agricoltore può coltivare qualità, varietà, fertilità, visione. Il pane diventa il risultato di una scelta comune.

Questo modello costruisce una comunità del grano. Una comunità fatta di agricoltori e panificatori che contano su un micro-molino progettato e costruito per esaltare i risultati del progetto con farine che diventano un ingrediente agricolo vivo capace di rappresentare le differenze tra annata ed annata in termini di profumi, gusto e proprietà organolettiche.

6. La complessità come valore

La biodiversità chiede tecnica. Le farine evolutive più espressive sono spesso Tipo 2 e Integrali, perché custodiscono più crusca, più germe, più parti nobili del chicco. Assorbono di più, reagiscono di più, cambiano di più.

Qui il lavoro del fornaio diventa decisivo. Serve mano, esperienza, capacità di adattare idratazione, tempi, fermentazione, cottura. La farina evolutiva chiede presenza e capacità di ascolto.

In questi anni molti panificatori hanno compiuto questo passaggio. Hanno scelto farine più ricche e più vive perché dentro quella complessità hanno trovato gusto, identità e racconto.

Il consumatore, a sua volta, viene accompagnato verso un pane più vero. Un pane con profumi più profondi, colore più intenso, mollica più piena, crosta più espressiva. Un pane che cambia con il raccolto e porta in tavola la voce della terra.

Conclusione

Il primo panel di Bread Religion racconta la scelta forte di riportare il pane alla sua origine agricola.

Pane, terra e clima appartengono allo stesso racconto. Il pane biodiverso nasce quando il campo viene ascoltato, il grano viene rispettato, la farina viene macinata per custodire identità e il fornaio trasforma la complessità in nutrimento.

La prossima volta che assaggiamo un pane nato da un campo evolutivo, possiamo cercare il coro: la voce del suolo, delle spighe, delle erbe spontanee consociate, della pioggia, del vento, dell’agricoltore, del mugnaio e dell’artigiano.

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Il pane come atto di cambiamento culturale
Panel 2 : Vanessa Dezallé, Alberto Miragoli, Franck Perrault, Roberta Pezzella, René Van der Veer, Monika Walecka

Quello che segue raccoglie le considerazioni principali emerse nel dibattito. Non è una trascrizione degli interventi, ma una sintesi ragionata dei temi che hanno attraversato il confronto: terra, materia prima, tecnica, biodiversità, responsabilità e futuro del cibo.


Sommario

Il pane contemporaneo emerge dalle ceneri dell’industrializzazione per riaffermarsi come fulcro di un manifesto internazionale che intreccia ecologia, etica del lavoro e salute pubblica. Attraverso il dialogo tra visioni d’avanguardia — dalla Spagna alla Polonia, dall’Italia ai Paesi Bassi e alla Francia — si delinea la figura del panificatore come intellettuale artigiano. Un presidio di resistenza che, riscoprendo la sacralità del suolo e la trasparenza radicale della filiera, trasforma l’atto di impastare in una pedagogia sociale necessaria per il futuro del pianeta.

Premessa

In un mercato saturo di prodotti standardizzati, dove il cibo è ridotto a mera commodity priva di identità, la panificazione artigianale si erge come risposta strategica alle crisi sistemiche della nostra era. Oggi, parlare di pane significa parlare di crisi climatica, di tutela della biodiversità e della dignità del lavoro manuale.

La tensione tra l’efficienza predatoria dell’industria e la “visione laterale” dei nuovi artigiani definisce un nuovo perimetro di cittadinanza attiva. Il pane non è più solo nutrimento, ma la prima arma contro la spersonalizzazione del palato urbano. Iniziamo questo viaggio da Madrid, dove lo sguardo di chi ha frequentato l’arte e il cinema si posa sulla materia prima con una lucidità disarmante.

1. Alberto Miragoli: l’onestà del prodotto nell’economia urbana

Alberto ha trasposto il rigore estetico del cinema e dell’arte nel cuore pulsante di Madrid, integrando processi tecnici complessi in un modello di business cittadino che non rinuncia all’anima. La sua è una “visione laterale” che combatte la storica trascuratezza spagnola verso i prodotti base, elevando il pane e il caffè a oggetti di culto quotidiano.

Per Alberto, la complessità urbana non è una scusa per il compromesso, ma un dovere educativo: riconnettere il cittadino alla verità della materia.

“Possiamo fare grandi discorsi, ma io quando vado a pranzo voglio godere il momento, condividere con le persone che amo. Quando vendo il mio pane... quello che voglio è vendere un prodotto onesto.”

Questa citazione non è un semplice slogan, ma un’elevazione della qualità a forma di onestà intellettuale. Per Alberto, essere un artigiano significa garantire una coerenza etica che la grande industria talvolta simula ma non possiede; significa vendere un prodotto che ha un prezzo coerente con il suo valore intrinseco, rifiutando di essere un “faccia tosta” che specula sulla mediocrità. Dalla ricerca di onestà nella capitale spagnola, ci spostiamo verso la radicalità rurale della Francia, dove il pane nasce direttamente dalla zolla.

2. Frank Perrault: la sacralità del suolo e la rete europea

Frank incarna la figura rivoluzionaria del paysan-boulanger. Il suo laboratorio non inizia tra le pareti del forno, ma nel solco della terra. Frank decostruisce la separazione tra agronomia e panificazione, focalizzandosi sul “vivero” — il vivente —: un continuum biologico che lega la microflora del suolo alla fermentazione del lievito madre.

La sua rete europea di sementi del patrimonio storico — dalla Sicilia alla Scandinavia — è uno scudo di biodiversità contro le fragilità climatiche.

“La cosa comune è che è vivo: il vivo nella terra e il vivo attraverso la panificazione con lievito madre.”

Nella sua visione, il pane è l’epilogo di un processo agronomico vitale. Coltivare ciò che si trasforma non è solo una scelta produttiva, ma un atto di restituzione di senso a una professione millenaria. Se Frank ascolta la terra, Roberta Pezzella, in Italia, insegna ad ascoltare il ritmo delle mani e del tempo.

3. Roberta Pezzella: sensibilità, tempo e libertà artigiana

Dalla durezza del mercato del pesce alla sensibilità estrema dell’impasto, Roberta Pezzella ha portato a Frosinone uno “sguardo laterale” viscerale. Il suo panificio è un collettivo territoriale dove il pane è l’elemento unificatore.

Roberta ha compiuto una scelta radicale: lavora da sola per preservare il proprio benessere psicologico, producendo il martedì e aprendo al pubblico solo 3.5 giorni a settimana. È una sfida al dogma del consumo compulsivo, un invito al silenzio del laboratorio e al rispetto del prodotto che, grazie alla tecnica, vive e si evolve per oltre una settimana.

“Il pane unisce tutto quanto. Io lavoro da sola per il mio benessere psicologico. Il pane che faccio dura una settimana, i clienti fanno scorta e lo consumano piano piano.”

Il limite della chiusura settimanale diventa qui un valore di sostenibilità ed esclusività. Roberta trasforma il panificio in uno spazio politico dove il tempo dell’artigiano non è più una “galera”, ma un respiro condiviso con la comunità. Questo approccio alla dignità del lavoro trova eco nella trasparenza della filiera olandese di René.

4. René Van der Veer: decostruire l’industria attraverso il paesaggio

A Utrecht, René Van der Veer combatte la cultura del pane industriale soffice e senza crosta — una “morbidezza” che nasconde un vuoto nutrizionale. Il suo lavoro è un ponte sensoriale tra cucina e paesaggio agricolo. Attraverso la molitura in proprio di grani biologici locali, René preserva la fragranza e l’integrità del chicco, proponendo un pane ad alta idratazione che sfida la bassa tenacia proteica dei cereali olandesi.

“Conoscere la filiera può cambiare il modo in cui le persone si relazionano al cibo. Se il consumatore sa da dove viene e chi è coinvolto, lo digerisce meglio, non solo fisicamente.”

La trasparenza di René non è solo tecnica; è una forma di digeribilità culturale. La resistenza della sua crosta è il simbolo di una riconnessione fisica con l’origine del cibo. Una consapevolezza che, in Polonia, Monica Valecka traduce in un linguaggio moderno e desiderabile.

5. Monika Walecka: il pane come medium narrativo e sociale

Monika Walecka ha trasformato il pane integrale in un alimento “sexy” e contemporaneo nel cuore di Varsavia. Utilizzando lo storytelling e i social media come strumenti di educazione urbana, Monika ha imposto la regola del “30% integrale” anche nella pasticceria, agendo come una “madre consapevole” che educa il gusto dei propri figli.

Il pane, nelle sue mani, diventa un medium per mandare messaggi di salute e design.

“Il pane è una grande scusa per il dialogo. Attraverso il pane possiamo mandare un messaggio, renderlo un po’ più attraente, più sexy.”

L’approccio di Monika dimostra che la salute può e deve essere desiderabile. La sua capacità di fidelizzare il pubblico urbano attraverso l’estetica e la narrazione prepara il terreno per l’attivismo politico più radicale, quello che troviamo a Parigi con Vanessa.

6. Vanessa Dezallé: il manifesto politico della panificazione bio

Vanessa non gestisce un semplice panificio; dirige una cellula di “attivismo sociale”. Nel suo forno parigino non esistono frigoriferi né turni notturni: si lavora dalle sei del mattino rispettando i ritmi umani e della materia.

Utilizzando un forno storico a legna, Vanessa riduce l’impatto energetico e lancia una provocazione sul prezzo che è un vero martello retorico: se il mercato accetta di pagare nove euro per una birra o mille per un telefono, non può trovarne eccessivi nove per un pane che garantisce salute e giustizia sociale.

“Il nostro pane è politico. Non facciamo lavorare nessuno di notte, non abbiamo frigoriferi. Se la gente paga per un iPhone, può pagare il giusto valore per un pane biologico.”

Vanessa sottolinea la necessità di un’agricoltura biologica rigorosa per evitare i rischi dei metalli pesanti. Il recente scandalo del cadmio nei grani francesi, infatti, evidenzia una criticità tecnica: l’uso di residui da biodigestori nella concimazione dei terreni bio può innalzare pericolosamente la presenza di metalli che il grano assorbe direttamente dal suolo. Solo una filiera controllata è la risposta a questo inquinamento silenzioso.

Le idee che attraversano il dibattito

1. La dittatura del prezzo vs. il valore del lavoro Il pane artigianale non è “caro”, è onesto. La comparazione con l’iPhone o la birra è centrale: il pane è l’unico bene primario a cui chiediamo di essere troppo economico, condannando la filiera all’estinzione.
2. Etica e dignità come ingredienti La gestione del personale non è un costo, ma un valore. Pagare bene, eliminare il lavoro notturno e rispettare la vita dei collaboratori sono prerequisiti per una pagnotta sana. Un fornaio stanco produce un pane senza anima.
3. Il pane come presidio di salute Il pane può diventare un presidio quotidiano di salute quando nasce da farine vive nel senso agricolo, nutrizionale e tecnologico del termine: cereali integri, filiere trasparenti, macinazione rispettosa, presenza di fibre, germe, minerali, componenti aromatiche e processi fermentativi capaci di migliorare digeribilità e valore nutrizionale. La vitalità di una farina si riconosce dal modo in cui nasce, viene trasformata e fermenta.

Conclusioni

Il nuovo panificatore emerge come un intellettuale artigiano, un custode della biodiversità e un educatore sociale. Non è un mero esecutore di ricette, ma un presidio politico sul territorio.

Il futuro della panificazione dipende dalla nostra capacità di consumatori di riconoscere il “giusto valore” alla filiera. Sostenere questi artigiani significa finanziare la resilienza del paesaggio agricolo e la nostra stessa vitalità. Il pane, nella sua fragranza e nella sua crosta resistente, rimane il legame indissolubile tra l’ingegno dell’uomo e la forza vibrante della natura.

Il pane è, e deve tornare a essere, un atto politico quotidiano.

Tabella comparativa dei relatori

Relatore Prospettiva Tema principale Argomentazione centrale Citazione chiave Implicazione pratica
Alberto Miragoli Imprenditoriale Urbana Onestà e Educazione Il pane deve essere un prodotto onesto, venduto con una qualità in cui l’artigiano crede fermamente. “Voglio vendere un prodotto onesto.” Educazione del cliente urbano per superare la trascuratezza storica verso il pane.
Frank Perrault Agricola/Agronomica Biodiversità e Suolo Il pane è vivo se il suolo è vivo; la biodiversità è la risposta alle fragilità climatiche. “La cosa comune è che è vivo: il vivo nella terra e il vivo attraverso la panificazione.” Collaborazione in reti europee per la coltivazione di varietà storiche resistenti.
Roberta Pezzella Artigianale/Sociale Sensibilità e Tempo Il fornaio deve tutelare il proprio benessere e quello della materia attraverso tempi lunghi e ascolto. “Il pane unisce tutto quanto.” Apertura limitata (3.5 giorni) per garantire qualità e vita sociale.
René Van der Veer Territoriale/Tecnica Trasparenza della Filiera Conoscere chi coltiva il grano e controllare la molitura garantisce valore nutrizionale e digeribilità superiori. “Conoscere la filiera può cambiare il modo in cui le persone si relazionano al cibo.” Molitura in presenza e alta idratazione per trasformare cereali locali a basso tenore proteico.
Monika Walecka Culturale/Narrativa Storytelling e Nutrizione Il pane integrale deve essere “sexy” e attraente per competere con i prodotti industriali. “Il pane è un grande scusa per il dialogo.” Integrazione sistematica di farine integrali — minimo 30% — anche nella pasticceria per educare il gusto.
Vanessa Dezallé Politica/Attivismo Etica del Sistema La panificazione è un atto politico che deve garantire giustizia sociale e salute ambientale. “Il nostro pane è politico.” Eliminazione dei turni notturni e dei frigoriferi; uso di forni storici a legna per la sostenibilità.
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5 verità che stanno cambiando il volto della cucina italiana
Panel 3: Silvia Banterle, Antonio Biafora, Salvatore Bianco, Caterina Ceraudo, Heros De Agostinis, Giulio Terrinoni, Giulio Zoli

Quello che segue raccoglie le considerazioni principali emerse nel dibattito. Non è una trascrizione degli interventi, ma una sintesi ragionata dei temi che hanno attraversato il confronto: terra, materia prima, tecnica, biodiversità, responsabilità e futuro del cibo.


1. Introduzione: il cibo come linguaggio di rinascita

Perché oggi il pane e le materie prime un tempo definite “povere” sono diventati i nuovi protagonisti dell’alta cucina? Non è una moda, ma una collisione necessaria di visioni. Recentemente, un dialogo serrato tra grandi cuochi e produttori — dalle vette aspre della Sila alle coste laziali, fino ai grandi palazzi romani — ha delineato una mappa nuova.

Non si parla più solo di piatti, ma di un linguaggio di rinascita che trasforma la difficoltà in identità. Siamo di fronte a un ritorno all’essenziale che non ha nulla di nostalgico: è la nuova avanguardia del gusto italiano.

2. La sostenibilità non è una scelta, ma una necessità di sopravvivenza

Dimenticate la sostenibilità da salotto o da ufficio marketing. Per Antonio Biafora, che cucina a 1300 metri di altitudine nel cuore della Sila, la sostenibilità è una strategia di resistenza quotidiana. In un luogo dove non arriva il metano, dove nessuno passa a ritirare la spazzatura e dove l’acqua manca a tal punto che suo nonno dovette incanalare una sorgente privata, essere “green” non è un’opzione, ma l’unico modo per restare aperti.

Il calore del ristorante Hyle arriva da caldaie che bruciano segatura di recupero delle falegnamerie locali. Persino la natura impone soluzioni nomadi: l’orto di Biafora è “mobile”. Poiché il gelo della Sila uccide le erbe anche in serra, queste vengono portate a svernare sul litorale, vicino all’azienda dell’amica Caterina Ceraudo, per poi essere “rimontate” in quota solo a maggio. È una natura selvatica che non accetta compromessi e impone una programmazione dei menu con un anno di anticipo.

“Siamo diventati sostenibili, ma non da adesso che è una moda: siamo alla terza generazione sostenibile perché abbiamo proprio problemi di natura spicciola... siamo sostenibili praticamente da sempre.” — Antonio Biafora

3. In mare non si fa la spesa: il paradosso del “quinto quarto” ittico

“Giovanotto, ricordati che al mare si pesca e non si fa la spesa”. Questa lezione, ricevuta anni fa al mercato di Anzio, ha cambiato per sempre la cucina di Giulio Terrinoni. All’epoca le sue “spalle erano piccole”: il budget era limitato e comprare un pesce da due chili per poi scartarne uno di scarti era un lusso insostenibile. Da quella necessità economica è nata una rivoluzione culturale: l’applicazione del concetto di “quinto quarto” al mare.

Oggi Terrinoni non cerca la ricetta, ma il metodo. Cucinare fegato, stomaco, gola e coppa di testa del pesce non è solo un atto etico, ma una nobilitazione tecnica della materia prima che riduce gli sprechi e abbatte i costi senza sacrificare l’eccellenza.

I vantaggi di questo approccio:

Economici Massimizzazione della resa; trasformazione di ciò che un tempo era scarto in valore edibile.
Etici Rispetto assoluto per la vita prelevata dal mare, riducendo l’impronta ecologica della pesca.
Creativi Nascita di consistenze e sapori inediti, come la variazione di rana pescatrice, che sfidano il palato del commensale moderno.

4. Il pane come rompighiaccio emotivo: dal lusso al senso di casa

In un mondo di tovaglie inamidate e servizi formali, il pane sta tornando a essere il centro gravitazionale dell’esperienza gastronomica. Heros De Agostinis racconta come il suo carrello del pane sia nato come reazione alla maestosità dei grandi carrelli francesi degli anni ’90, ispirati a Robuchon o Veyrat, ma con un’anima profondamente italiana.

È un “rompighiaccio emotivo”: il profumo del pane sfogliato o della segale speziata riporta il cliente alle radici — dall’Abruzzo all’Eritrea — abbattendo le barriere del timore reverenziale verso il fine dining.

Questa visione si sposa con la “democrazia culinaria” di Salvatore Bianco. Per lo chef, il cuoco deve essere un ponte orizzontale tra produttore e consumatore. Il vero lusso moderno non è l’ingrediente raro, ma il benessere: il piacere ancestrale di una fetta di pane superiore, come la Ciriola o il Lariano, o di uno spaghetto al pomodoro perfetto. Il pane come condivisione trasforma l’esclusività in ospitalità, rendendo il grande ristorante un luogo di calore familiare.

5. Dall’orto al collettivo: la Calabria come modello di rete

La Calabria, a lungo percepita come l’ultima della classe, sta vivendo un momento di gloria grazie a un paradosso: il suo ritardo industriale ha preservato una biodiversità vergine che oggi è il suo tesoro più grande. La storia di Caterina Ceraudo è l’emblema di questa resistenza. Suo padre, nel 1988, rischiò la vita per un avvelenamento da pesticidi chimici; da quel dramma in terapia intensiva nacque la decisione radicale di trasformare l’azienda di famiglia in un microcosmo biologico totale.

Oggi, Caterina e i suoi colleghi — Biafora e molti altri — hanno trasformato la competizione in un collettivo. Non sono solo colleghi, sono amici che si scambiano materie prime e si offrono “conforto” reciproco nei momenti difficili. Fare rete è stata la loro strategia di sopravvivenza, trasformando una terra isolata in una destinazione per chiunque voglia “rotolare verso sud” in cerca di verità.

“Abbiamo seminato un seme differente: l’unione ha creato un movimento di persone che rotolano verso sud in maniera propositiva... raccontiamo quello che realmente abbiamo nelle nostre cucine, senza inventarci nulla.” — Caterina Ceraudo

6. La rivoluzione gentile e il “monopolio” vegetale

Il percorso di Silvia Banterle verso i vertici della cucina è tutto fuorché convenzionale. Laureata in lettere classiche ed ex professionista a Milano nel settore delle pubbliche relazioni, ha deciso di cambiare vita recuperando la casa abbandonata del bisnonno nella campagna veronese per aprire, insieme al marito Tommaso, il ristorante Stilla.

Questa scelta di vita le ha permesso di ritrovare una dimensione creativa perduta e di costruire un ecosistema fondato sul rispetto dell’ambiente e sui valori condivisi con i suoi produttori.

Ciò che rende il lavoro di Silvia così innovativo è il suo approccio alla materia prima: non detta ordini ai fornitori, ma innesca una vera e propria co-creazione, chiedendo loro cosa la terra abbia da offrire in quel momento specifico per poter ideare i suoi piatti.

Questa sinergia l’ha portata, nel tempo, a una scelta radicale e consapevole: eliminare del tutto la carne dal menù, sposando quello che lei stessa definisce un “monopolio” vegetale, guidato da motivazioni etiche, ambientali e da una maggiore espressività culinaria.

“I cambiamenti si fanno, si possono, si devono fare, ma sicuramente raccontandoli bene, spiegandoli senza imporli ma accompagnando.” — Silvia Banterle

7. Quando la tecnica internazionale incontra l’anima di Roma

Aperto da pochi mesi nella Capitale con il suo Omosante, Giulio Zoli rappresenta un ponte affascinante tra la romanità più verace e uno sguardo tecnico dal respiro internazionale.

Formato in grandi cucine d’oltralpe e abituato al rigore del metodo francese, Giulio sfida apertamente il pregiudizio secondo cui una tecnica troppo codificata finisca per spersonalizzare il piatto o privarlo di calore.

Per lui, la prima vera competenza tecnica di uno chef viene ancora prima del cucinare: risiede nel saper mangiare e nel riconoscere il valore assoluto di un grande ingrediente.

Tutto ciò che ha assimilato viaggiando e pesando ricette al millimetro non serve a creare un menù asettico, ma a fornire gli strumenti per elevare il gusto e garantire continuità all’ospite. Il suo è un lavoro di precisione che vuole fortemente attecchire al territorio.

“Il fatto di avere tecnica non significa fare una cucina senza anima, si può essere molto profondi anche con delle ricette pesate... faccio una cucina che già mi sembra abbastanza moderna, perché è una cucina internazionale, però con il gusto di Roma.” — Giulio Zoli

8. Conclusione: il futuro è una semina consapevole

Il filo conduttore di queste storie è la riconnessione. Abbiamo smesso di cercare il lusso a 2000 chilometri di distanza per ritrovarlo nel metodo di un pescatore, nella resistenza di un agricoltore, nel coraggio di uno chef che sceglie di non buttare via nulla, nella forza di una cucina vegetale che nasce dal dialogo con la terra e nella tecnica che trova la propria anima dentro un territorio.

Il futuro della cucina italiana è una semina consapevole, dove la tecnica è al servizio del benessere e l’autenticità è l’unica moneta che conta.

Il vero privilegio non è più poter ordinare l’ingrediente più costoso, ma avere accesso alla verità di ciò che mangiamo.

Tabella comparativa dei relatori e delle argomentazioni

Relatore Tema principale Argomentazione centrale Citazione chiave Implicazione pratica
Antonio Biafora Sostenibilità come necessità In Sila la sostenibilità nasce dalla sopravvivenza quotidiana: energia, acqua, orto mobile e programmazione diventano strumenti per restare nel territorio. “Siamo alla terza generazione sostenibile.” Costruire modelli di cucina radicati nelle condizioni reali del luogo.
Giulio Terrinoni Quinto quarto ittico La cucina del pesce diventa metodo etico, economico e creativo quando valorizza anche ciò che veniva considerato scarto. “Al mare si pesca e non si fa la spesa.” Ridurre sprechi, aumentare resa e generare nuove consistenze e sapori.
Heros De Agostinis Pane come memoria emotiva Il pane nel fine dining può abbattere la distanza formale e riportare l’ospite a un senso di casa. Il pane come “rompighiaccio emotivo”. Usare il pane per creare accoglienza, identità e relazione al tavolo.
Salvatore Bianco Democrazia culinaria Il vero lusso moderno è il benessere generato da ingredienti semplici, riconoscibili e lavorati con precisione. Il cuoco come ponte tra produttore e consumatore. Trasformare l’alta cucina in esperienza accessibile, calda e comprensibile.
Caterina Ceraudo Calabria come rete La biodiversità preservata dal ritardo industriale diventa valore quando i cuochi costruiscono un collettivo territoriale. “Abbiamo seminato un seme differente.” Fare rete tra produttori e cuochi per trasformare un territorio in destinazione.
Silvia Banterle Cucina vegetale e co-creazione La scelta vegetale nasce dal dialogo con i produttori e da una cucina che accompagna il cambiamento invece di imporlo. “I cambiamenti si fanno, si possono, si devono fare.” Costruire menù vegetali coerenti con ambiente, territorio e racconto al cliente.
Giulio Zoli Tecnica internazionale e romanità La tecnica non raffredda la cucina: dà continuità, precisione e strumenti per far emergere il gusto del territorio. “Tecnica non significa fare una cucina senza anima.” Usare metodo e rigore per dare profondità contemporanea alla cucina romana.
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Il popolo dei grani che risponde al futuro
Neogrania risponde ad alcune delle grandi domande de "Il Cibo che verrà" con un progetto già in atto: grani che si adattano al clima, una comunità del grano attiva sul territorio e una biodiversità che diventa pane.

Le tre risposte di Neogrania ai quesiti posti da Il Cibo che verrà

Premessa

Il Cibo che verrà è stato un convegno organizzato dall’Accademia Nazionale dei Lincei nell’ambito del ciclo “Il futuro dell’umanità”, pensato per promuovere la percezione pubblica dei grandi problemi legati al progresso e al futuro dell’uomo e per stimolare il dialogo tra esperti di diversa provenienza scientifica e culturale.

Il convegno si è svolto il 14 e 15 maggio 2026 a Roma, a Palazzo Corsini, e ha affrontato una domanda decisiva: come nutrire una popolazione mondiale in crescita dentro un pianeta segnato da cambiamenti climatici, fragilità ambientali, trasformazioni produttive, problemi di salute, sicurezza alimentare, cultura del consumo e politiche globali del cibo.

Il programma si è articolato in quattro grandi aree: visione e politiche globali dell’alimentazione, nuovi sistemi di produzione del cibo, sicurezza e qualità degli alimenti, consumatori, economia, cultura e politica. Dentro questa cornice, Neogrania può essere letto come una risposta concreta, agricola e culturale ad alcune delle domande più forti poste dal convegno: come adattare le colture al cambiamento climatico, come costruire filiere più resilienti e partecipate, come rendere la biodiversità alimentare comprensibile e desiderabile.

Le tre risposte di Neogrania ai quesiti posti da Il Cibo che verrà

Le tre risposte di Neogrania ai quesiti posti da Il Cibo che verrà sono concrete.

Alla crisi climatica, Neogrania risponde con grani adattivi, capaci di evolvere nei territori attraverso popolazioni evolutive.

Alla fragilità delle filiere, Neogrania risponde con una comunità del grano, dove agricoltori, molino, panettieri e cuochi condividono responsabilità e valore.

Alla distanza tra biodiversità e consumatore, Neogrania risponde con il pane: un alimento quotidiano che rende visibili, profumati e comprensibili il campo, il raccolto e la diversità genetica del grano.

Neogrania è una risposta concreta al cibo che verrà perché parte dal grano, ma non si ferma al grano: costruisce adattamento climatico, responsabilità di filiera e biodiversità resa viva nel pane.

Ora entriamo nel vivo e mettiamo insieme alcuni dei temi trattati nel "Cibo che verrà" per formulare le tre domande alle quali possiamo già dare risposta con le azioni in atto:


1. Come possiamo coltivare cereali capaci di adattarsi al cambiamento climatico?

Il primo nodo posto da Il Cibo che verrà riguarda l’agricoltura del futuro. Le colture moderne sono state selezionate per decenni dentro un contesto climatico relativamente stabile e con l’obiettivo dominante della resa. Oggi, però, la crisi climatica cambia il quadro: siccità, salinità, nuove fitopatie, eventi estremi e instabilità ambientale rendono meno efficace il modello della varietà uniforme, pensata per condizioni standard.

Il tema non è solo produrre di più. Il tema è produrre meglio, con piante capaci di resistere, adattarsi e mantenere valore agricolo e alimentare anche in condizioni mutevoli.


La soluzione proposta da Neogrania

Neogrania risponde con le popolazioni evolutive di grano.

La popolazione evolutiva non è una varietà rigida e uniforme. È un insieme geneticamente diversificato di piante che, seminate in un territorio, vengono progressivamente selezionate dall’ambiente. Il campo diventa il luogo in cui clima, suolo, biodiversità locale, pratiche agricole e selezione naturale fanno emergere le piante più adatte.

In questo modo Neogrania non cerca un grano uguale per tutti i luoghi, ma costruisce raccolti capaci di cambiare insieme ai territori. Ogni stagione diventa una fase di apprendimento. Ogni campo diventa un laboratorio naturale. Ogni raccolto racconta una risposta diversa alla crisi climatica.

Neogrania trasforma il campo in un laboratorio naturale di adattamento climatico, dove il grano non viene imposto al territorio, ma impara dal territorio.

Abstract del tema svolto a Il Cibo che verrà — “Cambiamenti climatici e nuove specie vegetali”

L’attuale crisi climatica mostra il disallineamento tra la velocità del riscaldamento antropogenico e i tempi dell’adattamento naturale. Le colture moderne, selezionate durante la stabilità dell’Olocene, sono oggi prigioniere di una “trappola della rigidità” che ha favorito la resa industriale a scapito della resilienza. Le nuove conoscenze genetiche e biotecnologiche permettono di riattivare la plasticità delle piante e di progettare colture capaci di integrare memoria evolutiva e sfide bio-climatiche del futuro.

Carlo Massimo Pozzi, Università degli Studi di Milano.

Abstract del tema svolto a Il Cibo che verrà — “Agricoltura: storie di futuro”

La genetica e il miglioramento genetico delle piante hanno sviluppato nuove tecnologie molecolari capaci di rinnovare i risultati produttivi raggiunti dall’agricoltura moderna. La nuova disciplina può migliorare non solo la produttività, ma anche la resistenza delle colture alle malattie e ai cambiamenti climatici, aprendo nuovi scenari per l’agricoltura del futuro.

Francesco Salamini, Accademia Nazionale dei Lincei; Max-Planck-Institut für Züchtungsforschung, Colonia; Università di Colonia.

Abstract del tema svolto a Il Cibo che verrà — “From Genomes to Grains: Engineering Rice for a Changing Climate”

Il rapido avanzamento delle tecnologie genetiche offre nuovi strumenti per generare colture resilienti al cambiamento climatico. Lo sviluppo di varietà di riso capaci di resistere a malattie, stress ambientali e condizioni climatiche difficili mostra come la ricerca genetica possa contribuire alla sicurezza alimentare futura.

Pamela Ronald, University of California, Davis.

2. Come possiamo rendere le filiere alimentari più resilienti, giuste e partecipate?

Il secondo nodo riguarda la struttura dei sistemi agroalimentari. Il Cibo che verrà mette in evidenza la fragilità di filiere troppo frammentate, reattive e dipendenti da logiche puramente efficientistiche. Crisi climatiche, shock geopolitici, instabilità logistiche, disuguaglianze economiche e pressione ambientale mostrano che il cibo non può essere trattato soltanto come merce.

Una filiera alimentare del futuro deve essere più resiliente, più equa, più trasparente e più capace di collegare produttività, sostenibilità, reddito agricolo, salute e valore culturale.


La soluzione proposta da Neogrania

Neogrania risponde costruendo una comunità del grano.

Il grano non è più una commodity anonima. È un raccolto riconoscibile, coltivato da agricoltori identificabili, trasformato in farina da un molino che ne conserva identità e caratteristiche, usato da panettieri e cuochi che diventano parte attiva del progetto.

Neogrania non si limita a mettere in relazione domanda e offerta. Costruisce corresponsabilità. L’agricoltore non resta invisibile. Il mugnaio non è un passaggio tecnico neutro. Il panettiere non compra semplicemente una farina. Il cuoco non usa solo un ingrediente. Tutti partecipano alla costruzione di valore.

La filiera, così, smette di essere una catena lineare e diventa una comunità: campo, molino, forno e cucina lavorano intorno a un raccolto, a un territorio e a una visione comune.

Neogrania trasforma la filiera da catena di fornitura a comunità di responsabilità.

Abstract del tema svolto a Il Cibo che verrà — “Transforming Agrifood Systems for a More Resilient, Inclusive and Sustainable Future”

I sistemi agroalimentari si trovano in un passaggio critico. Devono garantire sicurezza alimentare, nutrizione, reddito e sostenibilità ambientale, ma sono sempre più colpiti da shock climatici, conflitti, disuguaglianze e vincoli fiscali. La trasformazione richiede il passaggio da interventi isolati a soluzioni integrate, capaci di tenere insieme produttività, resilienza, equità e sostenibilità.

David Laborde, FAO.

Abstract del tema svolto a Il Cibo che verrà — “L’approccio agroecologico alla gestione dei sistemi agro-alimentari”

L’agroecologia è presentata come uno degli approcci più promettenti per la sostenibilità dei sistemi agroalimentari. È al tempo stesso scienza, insieme di pratiche e movimento sociale. Usa in modo sostenibile suolo, risorse locali e biodiversità, riduce gli input esterni e punta a filiere più eque, governance più sostenibili e diete più salutari. La transizione agroecologica richiede la compartecipazione degli attori interessati e la co-creazione delle innovazioni.

Paolo Barberi, Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa.

Abstract del tema svolto a Il Cibo che verrà — “Dal cibo come commodity alla geopolitica del cibo”

La trasformazione dei sistemi alimentari globali mostra che il cibo assume una crescente rilevanza strategica. Gli shock geopolitici, energetici e logistici mettono in crisi il modello basato solo su integrazione dei mercati ed efficienza. Le politiche alimentari devono affrontare trade-off tra efficienza, resilienza, sostenibilità ed equità, evolvendo da strumenti settoriali a leve integrate di politica economica, sociale e di sicurezza.

Donato Romano, Università degli Studi di Firenze.

3. Come possiamo rendere la biodiversità comprensibile, desiderabile e utile per il consumatore?

Il terzo nodo riguarda il rapporto tra biodiversità, salute, qualità alimentare e cultura del consumo. La biodiversità agricola è una risorsa decisiva, ma rischia di restare un concetto astratto se non viene tradotta in esperienza concreta. Il consumatore non cambia comportamento solo perché gli viene spiegato un principio scientifico. Cambia quando riconosce valore, gusto, fiducia, origine e significato.

Il Cibo che verrà affronta questo tema da più prospettive: sicurezza alimentare, dieta e salute, epidemiologia, cultura scientifica, rapporto tra cibo e storia, percezione del nuovo, ruolo dei media e delle politiche pubbliche.


La soluzione proposta da Neogrania

Neogrania risponde portando la biodiversità nel pane.

Il pane è il veicolo più semplice e più potente. È quotidiano, riconoscibile, condiviso. Attraverso il pane, la biodiversità smette di essere una parola tecnica e diventa profumo, colore, sapore, consistenza, conservabilità, identità del raccolto.

La popolazione evolutiva non viene raccontata solo come pratica agricola. Viene trasformata in farina e poi in pane. Il consumatore può incontrarla con i sensi, prima ancora che con la teoria.

Così il pane diventa uno strumento culturale: racconta il campo, il contadino, il raccolto, il molino, il forno e la cucina. Restituisce al cibo una storia leggibile e verificabile.

Neogrania porta la biodiversità fuori dal linguaggio tecnico e la rende concreta in una fetta di pane.

Abstract del tema svolto a Il Cibo che verrà — “Le nuove sfide per la sicurezza alimentare seguendo gli sviluppi dell’EFSA”

La sicurezza alimentare resta un pilastro della tutela e della promozione della salute. Se un alimento non è sicuro, non è alimento. La valutazione scientifica del rischio deve integrare food safety, food security e sustainability dentro una prospettiva One Health, capace di collegare esseri umani, altri viventi ed ecosistemi. Innovazione e sostenibilità devono quindi essere accompagnate da evidenze, controlli, buone pratiche e gestione del rischio.

Alberto Mantovani, Centro Studi KOS – Scienza, Arte, Società, Roma; esperto EFSA e FAO.

Abstract del tema svolto a Il Cibo che verrà — “Dieta e salute”

La dieta, nel suo significato originario, indica il complesso delle norme di vita utili a mantenere la salute. Oggi una alimentazione sbagliata è causa di molte malattie degenerative, tra cui obesità e diabete. Ma una dieta non congrua dipende anche da fattori economici, sociali e ambientali, creando un circolo vizioso che riguarda l’intera società.

Piero Marchetti, Università di Pisa.

Abstract del tema svolto a Il Cibo che verrà — “Le conoscenze epidemiologiche sui rapporti tra cibo e salute”

Le conoscenze epidemiologiche mostrano il ruolo decisivo del cibo nella salute pubblica. La ricerca ha costruito nel tempo linee guida alimentari e oggi affronta nuovi limiti e nuove domande, anche attraverso tecniche omiche applicate agli studi di popolazione. I nuovi problemi riguardano anche crisi ambientale, cambiamento climatico e perdita di biodiversità, inclusa quella alimentare.

Paolo Vineis, Accademia Nazionale dei Lincei; Imperial College, Londra.

Abstract del tema svolto a Il Cibo che verrà — “Cibo, evoluzione e storia: i limiti dell’abbondanza”

L’abbondanza alimentare contemporanea non ha eliminato i problemi del cibo, ma li ha trasformati. Nei paesi sviluppati convivono iperconsumo calorico, obesità, disturbi alimentari e discorsi ossessivi sul cibo. Il metabolismo umano si è formato in condizioni di scarsità e variabilità, mentre la dieta occidentale contemporanea combina alta densità calorica e bassa densità nutrizionale. Il futuro del cibo dipenderà anche dalla capacità di usare strumenti scientifici ed educativi per distinguere rischi reali, paure simboliche e false credenze nostalgiche.

Gilberto Corbellini, Sapienza Università di Roma.

Abstract del tema svolto a Il Cibo che verrà — “La fermentazione: una biotecnologia tradizionale capace di ispirare il futuro dei processi alimentari”

La fermentazione, in particolare quella lattica, è una biotecnologia tradizionale, sostenibile, naturale e versatile. Può migliorare conservabilità, caratteristiche sensoriali, valore nutrizionale e interazione con il microbiota intestinale. Nei lievitati da forno permette di ottenere prodotti con migliori caratteristiche sensoriali e nutrizionali, confermando che una tecnica antica può ispirare il futuro dei processi alimentari.

Marco Gobbetti, Università di Bolzano.

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