Paolo Vizzari: Vivi immerso nella Sila e ne hai fatto uno dei tratti distintivi del tuo lavoro. Oltre al rapporto con i produttori, però, hai anche un confronto quotidiano con la natura, che immagino non renda sempre facile ottenere quello che vorresti.
Antonio Biafora: Per noi il fatto di vivere in un territorio così selvatico non è mai stato un limite. Anzi.
Io abito in Calabria, ma a 1.300 metri sul livello del mare. Molti pensano alla Calabria e immaginano subito il mare, ma la nostra realtà è completamente diversa. Siamo a tre quarti d'ora dalla costa e questo significa convivere ogni giorno con difficoltà molto concrete.
I fornitori arrivano con fatica, non sempre possiamo ricevere quello che ci serve e così, molto prima che la sostenibilità diventasse un tema di moda, siamo stati costretti a diventare autosufficienti. Direi addirittura che siamo alla terza generazione di sostenibilità.
L'acqua non arriva dalla rete: mio nonno ha intercettato una sorgente e l'ha portata fino al ristorante. Non abbiamo il metano e ci riscaldiamo con una caldaia alimentata dalla segatura recuperata nelle falegnamerie della zona.
Anche il lavoro sulle materie prime nasce da questa esigenza. Oggi il nostro menù non è completamente vegetale, ma dieci piatti su dodici lo sono. Le erbe non le acquistiamo: le coltiviamo noi.
Il problema è che in Sila l'inverno è troppo rigido e molte piante non sopravvivono. Così, insieme a Francesco, che mi affianca in questo progetto, abbiamo trovato una soluzione semplice: durante l'inverno trasferiamo le nostre erbe vicino al mare, dove lui vive, e in primavera le riportiamo in montagna.
È diventato un vero e proprio orto mobile. Organizziamo il menù con quasi un anno di anticipo, immaginando quali ingredienti ci serviranno, e iniziamo a coltivarli molto prima di portarli in cucina.
Paolo Vizzari: Abbiamo parlato molto di omologazione e del rischio che i territori finiscano per assomigliarsi tutti. La Calabria, invece, sembra aver conservato un'identità molto forte. È più un vantaggio o uno svantaggio lavorare in un luogo ancora poco conosciuto?
Antonio Biafora: Parlare di omologazione in Calabria è quasi un ossimoro. Da noi molte cose non arrivano nemmeno fisicamente. Non è una scelta ideologica: semplicemente non ci sono.
E questo, alla fine, è diventato un vantaggio. Ci ha permesso di costruire un'identità molto forte.
Il fatto che la Calabria sia ancora poco conosciuta è un limite, perché per tanti anni non siamo riusciti a raccontarci. Ma è anche un'opportunità: quando qualcuno arriva da noi scopre un territorio che conserva ancora qualcosa di inaspettato.
Insieme a Caterina Ceraudo, Luca, Nino e a tanti altri professionisti stiamo cercando di dare voce a questa identità. Più che riscoprirla, vogliamo raccontarla.
Per troppo tempo siamo stati abituati a considerarci gli ultimi della classe, la regione più povera, quella raccontata sempre attraverso i suoi problemi. Oggi credo che la nostra generazione abbia il compito di cambiare questo sguardo.
Abbiamo un'identità molto forte, forse proprio perché è stata poco contaminata. Adesso dobbiamo soltanto imparare a raccontarla.