Perché hai scelto il food truck e cosa comporta nel lavoro quotidiano?
«Lavoro in un camion pizza. La differenza rispetto agli altri è che opero in un food truck, quindi con tutti i vincoli che questo comporta.
È stata la soluzione più semplice per partire, molto più accessibile rispetto all’apertura di un ristorante. Per questo l’ho scelta, insieme a mio fratello. Lì dentro faccio tutto da solo e il tempo per lavorare su nuovi mix di farine o fare ricerca è poco.»
Come sei arrivato alla pizza?
«Il mio legame con la pizza nasce in famiglia: mio nonno è arrivato dalla Sicilia e ha aperto una pizzeria in Francia. Poi mio padre l’ha rilevata ed è così che ha conosciuto mia madre. In un certo senso posso dire di essere “il frutto di una pizza”.
La pizza è sempre stata presente nel mio ambiente, anche se non mi ci sono dedicato subito. Durante il Covid mi è tornata in mente: avevo già fatto qualche esperienza da studente e mi sono detto che poteva diventare un vero lavoro. Così ho iniziato.»
In questo contesto, come trovi spazio per migliorare?
«Quello che mi manca davvero è il tempo per sviluppare nuovi mix di farine e fare ricerca.
Per questo tipo di workshop bisogna fermarsi e dedicargli una giornata o almeno un pomeriggio, ma ne vale la pena: ti permette di vedere cosa fanno gli altri, stimola la curiosità e fa scoprire cose a cui non avresti pensato.
Avevo già partecipato a un workshop a Cormeilles, da Historia; questo è il primo a Parigi. Lo trovo molto stimolante e sicuramente da rifare: ci sono tante informazioni e soprattutto si incontrano altri pizzaioli e professionisti del settore. Ed è una cosa davvero utile.»